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La crisi dell’informazione mette le ali ai populismi

manipolazione delle informazioni e opinione pubblica

La finanza, si sa, non è un tema semplice né particolarmente attraente, almeno a giudicare dallo scarso interesse dei risparmiatori – italiani in primis – nei confronti di questa materia. Così, tra definizioni complicate e alfabetizzazione finanziaria insufficiente, basta poco per fare confusione e prendere decisioni sbagliate quando si tratta di investimenti.

La manipolazione delle informazioni

Ora a peggiorare le cose ci si mette anche una certa tendenza – propria, è il caso di dirlo, dei movimenti populisti – a “manipolare” le informazioni, veicolandole attraverso canali relativamente nuovi, come i social network, in grado di raggiungere l’opinione pubblica con una forza pervasiva inedita.

Pensiamo allo spread: il differenziale di rendimento tra BTP italiano e Bund tedesco. Un aumento di questo differenziale indica una crescita del rischio percepito circa la stabilità dell’Italia (più un investimento è rischioso, più gli interessi riconosciuti a chi si è accollato quel rischio crescono). Un concetto finanziario di base, insomma.

Ora pensiamo invece al modo in cui in Italia l’ideologia populista utilizza lo spread come simbolo della “finanza crudele”: “sono i soliti giochini della finanza”, “se lo spread sale vuol dire che stiamo facendo bene”, diceva solo pochi giorni fa uno dei leader politici italiani. Dove? In una diretta su Facebook, naturalmente.

Perciò mai come ora è importante formarsi un’opinione propria, non superficiale. Per far ciò occorre prestare doppiamente attenzione a informarsi in modo corretto in ambito finanziario.

Ma non solo: in tutto il mondo il populismo, che affonda le proprie radici nell’insoddisfazione crescente della popolazione, trova la sua forza proprio nella manipolazione dell’informazione. E manipolarla è molto più semplice in un momento in cui l’editoria è in crisi e i social media si stanno affermando come nuova e spesso unica fonte di informazione.

Il discorso è articolato, e il rischio di cadere in eccessive semplificazioni è alto. Ma vale la pena fermarsi a riflettere, a maggior ragione alla luce dell’attualità, che vede al timone del nostro Paese una coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega Nord, le due forze che più di tutte incarnano in Italia l’ideologia populista, facendo leva sul senso di discriminazione e di indubbio malcontento di una larga fetta di cittadini per ottenere consensi.

Il populismo e la crisi dell’editoria

Un recente studio del Pew Research Center – condotto su 16.114 adulti in Danimarca, Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna, Svezia e UK – rivela che l’opinione pubblica sui media di informazione si divide non tanto tra chi ha tendenze politiche di destra o di sinistra, quanto piuttosto tra chi ha una visione populista e chi no.

E, nello specifico, i populisti hanno un’opinione tendenzialmente bassa di quotidiani e TG, mentre si affidano spesso e volentieri ai social media per informarsi su ciò che accade nel mondo, specialmente in Francia, Italia, Spagna e Germania (in ogni caso la tendenza ad informarsi sui social media è un fenomeno trasversale, che prescinde dagli orientamenti politici).

Tra gli otto Paesi coinvolti nello studio – apparso di recente su journalism.org – quelli in cui la fiducia nei confronti dei media tocca i livelli minimi sono Spagna, Francia, UK e Italia, con solo il 26% circa delle persone di ideologia populista che dice di fidarsi dei mezzi di informazione tradizionali. La fiducia nei media sale invece di una quota compresa tra gli 8 e i 31 punti percentuali tra i non populisti.

fiducia nei media in Europa

Parallelamente, in sette degli otto Paesi coinvolti nello studio, un terzo o più degli intervistati (soprattutto i più giovani, tra i 18 e i 29 anni) dichiara di informarsi quotidianamente sui social network, Facebook in testa. E in Italia la quota sale al 50%. Addirittura, il 6% degli italiani si rivolge a Facebook come fonte primaria di informazione.

La cosa preoccupante è che spesso non si fa caso alla provenienza delle notizie, finendo per fidarsi ciecamente di quel che leggiamo senza preoccuparci dell’attendibilità delle fonti: questo succede con percentuali maggiori in Olanda, Francia e Italia.

Un terreno decisamente fertile per movimenti e forze politiche che si nutrono proprio della retorica e delle cosiddette fake news per alimentare sentimenti di paura e insoddisfazione – pensiamo a cosa si è fatto in tema di migranti e vaccinazioni, ad esempio.

Il fenomeno è stato riscontrato anche da AGCOM nell’ultimo Rapporto sul consumo dell’informazione: “in un contesto caratterizzato dallo ‘spacchettamento’ del prodotto informativo e da una fruizione frammentata dei contenuti (articoli, commenti, video, post, ecc.), le piattaforme digitali fungono da intermediari per l’accesso all’informazione online da parte dell’individuo”, si legge nello studio.

Un accesso che, tra l’altro, è spesso “frutto dell’incidentalità e casualità della scoperta delle notizie da parte dello stesso cittadino, che rischia di non avere piena consapevolezza circa la natura e la provenienza dell’informazione”.

Polarizzazione e bolle ideologiche

La ricerca analizza anche il tema della polarizzazione ideologica degli utenti: una simile tendenza, osserva AGCOM, si spiega anche con il fatto che gli individui più schierati dal punto di vista ideologico ricorrono ampiamente ad Internet per formarsi un’opinione sul fronte politico-elettorale.

Questa dinamica porta alla “formazione delle cosiddette echo chamber, caratterizzate da individui che discutono solo all’interno di una cerchia di persone vicine ideologicamente”. A fare il resto ci pensano gli algoritmi personalizzati dei social media: il risultato è l’emergere delle cosiddette “bolle ideologiche”.

Al netto delle preferenze politiche, o dei dubbi (talvolta legittimi) sulla neutralità di molti media tradizionali, quello dell’attendibilità delle informazioni è un problema reale che ci riguarda da vicino.

La consapevolezza prima di tutto

Con la nascita e la diffusione del web prima e dei social network poi, chiunque ha il potere di far sentire la propria voce e di pubblicare informazioni. Se da un lato il fenomeno è positivo, in un’ottica di democratizzazione dell’informazione, dall’altro si rischia una deriva pericolosa, a maggior ragione se tutte le informazioni reperite online, a prescindere dalla fonte, sono valutate ugualmente affidabili (o inaffidabili).

Per evitare di ritrovarsi in balìa di notizie e commenti falsi e tendenziosi, è importante controllare sempre la loro provenienza. I media tradizionali avranno i loro difetti, ma almeno sono tenuti a verificare quel che scrivono e a citare le fonti.

Ognuno è libero di avere le proprie opinioni, ma sarebbe bene formarsi un’idea sulla base di informazioni che siano per lo meno attendibili. Ciò è particolarmente vero quando si toccano aspetti estremamente materiali e fondamentali, quali ad esempio la gestione dei propri risparmi.

Su questo blog diciamo spesso che un investitore consapevole è un investitore migliore. Mutatis mutandis, lo stesso discorso vale anche per gli elettori e, in definitiva, per gli individui nella loro interezza.


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La scrittura è sempre stata la sua passione. Laureata in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione all’Università Bocconi di Milano, è entrata nel mondo del giornalismo nel 2008 con uno stage in Reuters Italia e successivamente ha lavorato per l’agenzia di stampa Adnkronos e per il sito di Milano Finanza, dove ha iniziato a conoscere i meccanismi del web. All’inizio del 2011 è entrata in Blue Financial Communication, dove si è occupata dei contenuti del sito web Bluerating.com e ha scritto per il mensile Bluerating.

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