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15 anni di euro: i falsi miti della moneta unica

Il clima di incertezza che domina il contesto internazionale è aggravato da una serie di notizie parziali, fake news e incomprensioni. Con la nuova pubblicazione online “Fact Checking”, ISPI vuole fare chiarezza, fornendo un’informazione sintetica e il più possibile fondata su dati oggettivi. Il tema di questo primo numero è l’euro, adottato ormai 15 anni fa.


Nel 2017 ricorrono i 15 anni dell’introduzione dell’euro e i 25 anni dalla firma del Trattato di Maastricht, che ne ha avviato la creazione. Sulla moneta unica si riversano sempre più critiche da parte di movimenti e partiti politici euroscettici che chiedono il ritorno alle monete nazionali. Passiamo in rassegna le critiche più comuni, verificandone la fondatezza.
[accordion title=”L’euro ha fatto aumentare i prezzi“]

Falso

Dagli anni ’70 agli anni ’90 l’Italia registrava in media tassi di inflazione dell’11,5% all’anno, con punte superiori al 20%. È proprio con il Trattato di Maastricht (1992), e dunque con l’avvio della costruzione dell’euro, che l’inflazione è crollata. È comunque vero che nel momento dell’entrata in circolazione dell’euro (2002) alcune categorie hanno approfittato del passaggio lira–euro per ritoccare al rialzo i prezzi, come dimostra questo studio.
Ma ciò ha avuto un impatto minimo sull’andamento dei prezzi. Negli ultimi anni invece il problema sembra l’opposto: inflazione molto bassa o addirittura negativa (+0,2% nell’Eurozona e -0,1% in Italia nel 2016).


[/accordion] [accordion title=”Con l’euro l’Italia ha perso sovranità monetaria“]

Vero

Formalmente è così, ma va ricordato che, con la lira, la sovranità era già più formale che sostanziale. Spesso infatti la credibilità e forza del marco imponevano all’Italia, e agli altri paesi europei, di seguire le politiche monetarie decise dalla Bundesbank, e quindi legate alle sole esigenze tedesche. Inoltre l’Italia risultava a rischio di attacchi speculativi, che il parziale scudo offerto dall’allora Sistema Monetario Europeo (SME) non era in grado di arginare. Indicativo, ad esempio, l’attacco del 1992, quando la lira vide crollare in poco tempo il suo valore del 20%. In generale, è bene sottolineare che il concreto esercizio della sovranità (non solo in campo monetario) non dipende esclusivamente dal fatto che questa venga formalmente esercitata da una autorità nazionale, ma anche e soprattutto dalla credibilità/forza che a questa viene riconosciuta dal resto del mondo. Con l’euro l’Italia ha casomai acquisito, nel concreto, una quota di sovranità perchè partecipa con gli altri paesi alla formulazione della politica monetaria (invece di subirla piuttosto passivamente) ed è riuscita anche ad esprimere il presidente della BCE.


[/accordion] [accordion title=”La moneta unica ha fatto guadagnare di più la Germania che l’Italia“]

Falso

Nei primi anni dell’euro, la Germania veniva descritta come il grande “malato d’Europa”. Per far fronte a questa situazione, Berlino ha realizzato una serie di profonde riforme che hanno rilanciato la competitività dei suoi prodotti, attraverso un aumento della produttività e una contestuale politica di moderazione salariale (riforme Hartz). È soprattutto questo alla base del successo commerciale tedesco, di cui ha beneficiato anche l’Italia esportando in Germania molti prodotti finiti e semilavorati.

Da tempo però Berlino viene criticata per tenere eccessivamente bassi i salari, deprimendo così anche la domanda di beni importati da altri paesi europei. L’Italia, d’altra parte, non ha saputo tradurre gli ingenti capitali affluiti nel paese (più di 200 miliardi di euro tra 1999 e 2007) in maggiore competitività, perdendo terreno dal punto di vista del saldo commerciale con il resto del mondo.


[/accordion] [accordion title=”Il ritorno alla lira farà crescere le nostre esportazioni“]

Falso

Una nuova lira sarebbe più debole dell’euro, con la conseguenza che nell’immediato le nostre esportazioni potrebbero risultare meno care all’estero. Non va però dimenticato che l’Italia importa molte materie prime, energetiche e non, dall’estero. Il loro acquisto sarebbe quindi più oneroso, riducendo il vantaggio dal lato delle esportazioni.
In ogni caso una lira con un cambio flessibile non sarebbe facilmente manovrabile per stimolare l’export in quanto facile preda di movimenti speculativi. Ma è ancora più importante ricordare che, al di là dei (limitati) effetti del tasso di cambio nel breve periodo, una vera ripresa delle esportazioni può avvenire solo se si diventa più competitivi. Un indicatore fondamentale al riguardo è la produttività del lavoro – ovvero quanto viene prodotto dal lavoratore per ora lavorata. È indicativo che dalla fine degli anni Settanta a oggi la produttività del lavoro in Germania sia cresciuta ogni anno di più di quella italiana. Il ritardo che abbiamo accumulato è enorme: mentre tra il 1979 e oggi la produttività tedesca è cresciuta dell’84%, quella italiana è cresciuta di poco più della metà (43%). Aumentare la spesa produttiva e procedere alle riforme strutturali è fondamentale per rilanciare la competitività del nostro paese.

[/accordion] [accordion title=”I paesi Ue fuori dall’Eurozona crescono più di quelli che stanno dentro“]

Vero

Dal 2000 a oggi i paesi che sono entrati nell’Unione europea – ma non nell’euro – hanno visto triplicare il loro PIL, mentre i paesi dell’Eurozona lo hanno raddoppiato. Questo è tutt’altro che sorprendente, e risulta invece in linea con quanto prevede la teoria economica. I paesi dell’est Europa partono infatti da una condizione di sviluppo molto più arretrata rispetto alle “economie mature” che fanno parte dell’Eurozona. Nelle fasi iniziali di sviluppo i tassi di crescita dei paesi (grazie anche ad alti tassi di rendimento degli investimenti) tendono ad essere maggiori. Una dinamica molto più forte dell’adozione o meno della moneta unica.


[/accordion] [accordion title=”Senza la moneta unica gli stati avrebbero affrontato meglio la crisi“]

Falso

Prima dello scoppio della crisi non esisteva alcun meccanismo europeo di salvataggio dei paesi in difficoltà. Dal 2012 sono stati creati vari strumenti, soprattutto il cosiddetto “fondo salva–stati” (European Stability Mechanism), che hanno permesso di salvare dal fallimento 5 paesi, per un totale di 433 miliardi di euro erogati. Notevoli anche gli interventi della Banca centrale europea di Mario Draghi che ha avviato, tra le altre cose, piani di acquisto di titoli di stato (a oggi oltre 260 miliardi di euro solo per l’Italia), senza i quali i paesi europei “deboli” si sarebbero dovuti indebitare sul mercato a tassi molto più alti.


[/accordion] [accordion title=”L’euro funziona male perché la sua costruzione è incompleta“]

Vero

Il potenziale dell’euro non viene utilizzato appieno anche perché la sua costruzione è a oggi incompleta (qui un approfondimento dell’ISPI). È difficile infatti far funzionare bene una moneta unica se i suoi paesi crescono con velocità diverse. In alcuni campi molto è stato fatto per spingere verso una maggiore convergenza.
È il caso del coordinamento delle politiche di bilancio degli stati. Non è così però riguardo ad altre politiche, da quelle industriali a quelle del lavoro, al welfare. Un tentativo di maggior coordinamento c’è stato (la procedura per squilibri macroeconomici eccessivi), ma questo non impedisce alla Germania di avere ancora un saldo commerciale in evidente squilibrio (il 9% del PIL rispetto al vincolo UE del 6%; qui un approfondimento).

Ancora molto carente è inoltre l’aspetto solidaristico. La condivisione del rischio è un taboo per la Germania, non solo in merito ai debiti pubblici ma anche in campo bancario. L’unione bancaria è infatti già operativa riguardo alla supervisione unica su tutte le grandi banche dell’Eurozona e in merito alla condivisione di regole comuni per la risoluzione di crisi bancarie (il cosiddetto bail-in). Stenta invece a decollare quando si tratta della creazione di fondi comuni, per gestire ad esempio le stesse crisi bancarie o fornire garanzie comuni sui depositi. Carenze che, soprattutto nell’attuale clima di incertezza, spingono di nuovo i mercati a “pesare” diversamente i vari rischi paese nell’Eurozona.


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L'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) è un think tank indipendente dedicato allo studio delle dinamiche internazionali, con particolare attenzione al ruolo dell'Italia nel contesto globale. La sua attività è caratterizzata da un approccio interdisciplinare che coinvolge specialisti - anche non accademici - in studi economici e politico-strategici.

Ultimo commento
  • l’ analisi di Carlo G. è MOLTO VALIDA… tutto questo significa che i più accorti di voi avranno capito perfettamente una cosa… il CAPITALE può essere tranquillamente impegnato in strumenti finanziari di qualità CON PORTAFOGLI DIVERSIFICATI, ma ANCHE in beni rifugio, ( l’ esempio di oro, opere d’ arte, terre rare e immobili è quanto mai calzante ) in modo da controbilanciare il rischio sistemico… come sapete quando vanno male i mercati l’ oro va benissimo ( basta vedere che razza di rivalutazione ha avuto dagli anni novanta ad oggi ) … l’ importante è informarsi e risparmiare con costanza… le FREGATURE in questo settore come in molti altri sono dietro l’ angolo e ovviamente è più facile incapparci a causa della nostra ignoranza in materia finanziaria e tecnologica… se la finanza non si insegna nelle scuole dell’ obbligo un motivo ci sarà… è per tenere la gente schiava… perché un uomo ricco e intelligente è in pratica un uomo LIBERO e questo NON piace moltissimo ai POTERI FORTI di qualsivoglia stato del pianeta Terra…

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