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Le banche non hanno etica ma… di chi è la colpa?

Nell’ultimo anno sembra non esserci stata tregua per le grandi banche d’investimento.

Prima le pubbliche dimissioni di Greg Smith da Goldman Sachs, a maggio J.P. Morgan annunciava una perdita di circa due miliardi per un’operazione di hedging sbagliata (perdita che si è in seguito rivelata maggiore), poi la scoperta che i trader di Barclays mandavano direttive al gruppo che si occupa di fissare il tasso d’interesse LIBOR, tasso su cui si basa il prezzo di molti prodotti derivati di cui Barclays era in possesso e infine la notizia secondo la quale HSBC avrebbe riciclato denaro proveniente da cartelli di droga e da gruppi terroristi.

Se la moralità una volta era motivo di vanto per numerose istituzioni finanziarie e veniva spesso utilizzata per attrarre nuovi clienti, da qualche anno, leggendo i giornali, emerge quanto nelle maggiori banche d’investimento tale qualità sia diventata un optional.

Partendo dal presupposto che banchieri e finanzieri posseggono un sempre più alto livello di istruzione, viene da chiedersi: non sarà mica colpa di ciò che si insegna nelle migliori scuole di finanza ed economia se i nuovi dirigenti hanno un deficit di moralità?

È la domanda che si è posta l’economista italiano Luigi Zingales, docente di finanza presso la scuola di business ed economia dell’università di Chicago, in un articolo su Blooomberg.

Zingales ritiene che le basi della cultura dell’avidità nel mondo della finanza vengano poste proprio nella formazione o, meglio, che le Università non siano in grado di dare abbastanza importanza allo studio dei valori morali che dovrebbero essere il sostegno di ogni società, sia essa finanziaria o di altro tipo.

Secondo il professore, nelle Università di Economia, gli studenti imparano perfettamente cos’è la responsabilità sociale d’impresa ma troppo spesso si sorvola sul fatto che le imprese sono fatte da persone e sarebbe quindi necessario concentrarsi prima sulla responsabilità sociale dell’individuo.

L’economista spiega anche che, a differenza di quanto avviene in altri corsi di laurea, lo studio delle scienze economiche può portare a comportamenti amorali. Evidenze di questa indole sarebbe confermate da uno studio: i laureati in tale disciplina sono più soggetti a comportamenti egoistici e meno orientati al bene comune. Il professore, per limitare questa attitudine, propone di aggiungere al corso di studi economici l’insegnamento dell’etica, corso che dovrebbe essere posto sullo stesso piano di materie come macro e microeconomia, finanza, contabilità con professori di alto livello, rispettati e seguiti dagli studenti. Sarebbe necessario, dice Zinagales, che in tali corsi vengano approfondite anche le conseguenze dei rischi reputazionali a cui si va incontro se si agisce in maniera immorale, rischi che si ripercuotono sull’individuo, ma anche sull’azienda per la quale si lavora.

Io studio in America e concordo con Zingales, spesso gli esami di etica nei programmi di economia e business d’Oltreoceano sono trascurati, considerati esami minori sia dagli studenti che dai professori. E poi è vero, si sente la mancanza di un insegnamento più orientato ai rischi che possono scaturire dalla mancanza di etica o dall’eccessivo utilizzo di risorse comuni. Ad ogni modo, secondo chi scrive, anche con una preparazione adeguata, prima o poi i laureati in Economia approderanno a Wall Street e in quel contesto le regole del gioco non necessariamente rispondono ai principi accademici.

Ricordate il film Wall Street di Oliver Stone, con Michael Douglas e Charlie Sheen (1987)? Il regista offre un ritratto del mondo delle banche d’investimento e del mondo della finanza in generale  come un luogo in cui è necessario lasciare la moralità alla porta e dove l’avidità è padrona. Qualche anno dopo, nel 1989, il bestseller Liar’s Poker racconta l’esperienza di Michael Lewis presso la banca d’investimenti Salomon Brothers, qui l’autore ha lavorato come bond salesman. Nel libro sono descritti bond trader spietati il cui obiettivo è ingannare il cliente, debole perché ha memoria corta. Lewis nella prefazione di The Big Short, il suo libro sulla crisi del 2008, scrive che Liar’s Poker è stato recepito in maniera sbagliata dal pubblico: un libro che voleva essere una critica al sistema bancario e all’avidità delle banche d’investimento è diventato una guida per studenti che aspiravano ad entrare in questo mondo.

Ciò che mi stupisce è che ancora oggi sono moltissimi gli studenti di Economia, spesso i migliori, che aspirano ad entrare nelle banche d’investimento. Questo nonostante tutto ciò che abbiamo visto negli ultimi anni. Evidentemente l’attrattività dipende ancora dai guadagni elevati rispetto ad altri tipi di impieghi anche se, approfondendo, si scopre che agli analisti sono richieste circa 100 ore settimanali, non proprio un “guadagno facile”.

Provo a capovolgere la questione: e se non fosse “colpa dei professori” ma degli studenti, attratti dagli stipendi delle banche?

Zingales offre sicuramente una proposta interessante ma, secondo me, la causa dell’amoralità è da ricercare nei bonus (pazzeschi) che le banche offrono per creare maggiori incentivi. I trader, per evitare di registrare una perdita, sono disposti anche a manipolare i tassi d’interesse o a vendere a clienti prodotti-spazzatura. La “carota” può essere più forte della paura del “bastone” e, a maggior ragione, della formazione e dei principi con i quali sei cresciuto.

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Milanese di nascita, dopo il diploma al liceo classico ha scoperto la passione per il mondo matematico. Studia Economia Politica con indirizzo Relazioni Internazionali e Finanza alla Boston University. Giocatore di rugby e appassionato di golf, non ha mai buttato via un cartone di latte.

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