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#IlGraffio: ma la Russia è un buon investimento?

La Grande Madre Russia, nota anche come l’Orso Siberiano, è un paese dai molti volti e dai grandi numeri:

  • è il paese con la più grande estensione geografica del pianeta;
  • conta 143,5 milioni di abitanti, con elevata scolarità;
  • presenta risorse naturali enormi, tra cui legname, terre coltivabili, minerali, gas e petrolio;
  • è il secondo produttore mondiale di petrolio dopo l’Arabia Saudita e ha riserve accertate con una vita media residua di 21,5 anni;
  • è al 9° posto mondiale per PIL nominale e al 53°per PIL nominale pro-capite (14.317 USD nel 2014).

La Russia è anche un “grande investimento” per i risparmiatori? Per rispondere, esaminerei i suoi dati economico-finanziari.

L’economia russa

L’economia russa è largamente dipendente dal petrolio, che pesa per il 16% del PIL e per il 70% delle sue esportazioni (prima di minerali, gas, legnami e armi) e copre oltre la metà del gettito fiscale russo.

Da inizio 2014 la Russia è entrata in recessione per ragioni politiche (crisi ucraina) ed economiche. Il prezzo del petrolio è rapidamente sceso dai $100-115$ al barile del periodo 2013-2014, a meno di $80 al barile a ottobre 2014. E poi ancora a livelli inferiori, sino agli attuali $45-50 al barile. Il tasso ufficiale di disoccupazione è il 5,5%. L’inflazione annua è cresciuta al 16,2% (febbraio 2015).

La situazione finanziaria della Russia

Per inquadrarla, bisogna tenere a mente tre dati essenziali:

  1. il debito pubblico è al 9,2% del PIL;
  2. il debito russo detenuto da soggetti esteri è di 599.000 milioni di USD (gennaio 2015; era 679.422 milioni a settembre 2014);
  3. le riserve ufficiali erano di 478.000 milioni di USD a giugno 2014 (ultimo dato disponibile), composte per il 10% circa da oro, ponendo la Russia al 5° posto nel mondo per riserve ufficiali.

A tali disponibilità si aggiungono 87.400 milioni USD del Fondo di Riserva e 88.600 milioni USD del Fondo di Benessere Nazionale.

Questi dati sottolineano la sostanziale “capacità di rimborso” della Russia, anche nel medio termine.

In questi ultimi mesi il cambio rublo/USD ha subito un netto peggioramento, per le ragioni summenzionate: il 14 marzo 2014 erano sufficienti 36,36 rubli per acquistare 1 dollaro, venerdì 12 marzo 2015 il cambio era di 61,18 rubli/dollaro: un peggioramento del 68% in 12 mesi.

La Banca centrale russa ha cercato di fronteggiare il calo di investimenti di imprese estere in Russia (FDI, stimati in 552.800 milioni USD) e dei depositi bancari. In breve tempo sono “usciti” 151.500 milioni USD nel 2014, di cui 45.321 milioni dovuti al rimborso di prestiti contratti dalle banche e 72.685 milioni per rimborsi del settore industriale e legati alle misure di embargo internazionale.

La Banca centrale ha disposto interventi “senza limiti di tempo, senza necessità di preavviso” per sostenere il rublo, portando il tasso ufficiale di sconto al 14% (dato al 13 marzo 2015); il prezzo del bond 10 anni è 72, con un rendimento del 13,1% (13 marzo 2015); lo spread sui CDS è di 470 punti base (sceso dai 590 punti base del gennaio 2015), con una probabilità di default stimata del 6,5% nei prossimi 12 mesi.

Le agenzie di rating hanno abbassato la valutazione del debito russo sotto la soglia investment grade (Moody’s Ba1, Fitch BBB-, S&P’s BB-, cioè “junk”).

Il petrolio è “gloria e dannazione” dell’Orso Siberiano: rappresenta la maggiore fonte di ricchezza attuale (e prospettica, ma non oltre i prossimi 20 anni, con una vita media residua di 21,5 anni), crescente nelle fasi “bullish”, ma anche un rischio nelle fasi “bearish” dell’oro nero, come in questa fase economica. In termini pratici ed effettuali, la riduzione del prezzo del barile di petrolio da $100 a $60 al barile significa per la Russia, su base annua, un minor fatturato di $150 miliardi: 1/3 delle sue riserve ufficiali. Un forte impatto negativo, ma non “devastante”, a mio parere.

Investire in Russia?

La “vox populi” rimarca la vulnerabilità della Russia (al pari di altri paesi) alla “guerra dei prezzi del petrolio”, sottolineando che il prezzo del petrolio (soggetto alle regole di domanda e offerta, del mercato finanziario, delle ragioni “geopolitiche”, di una supposta “regia”) è utilizzato come “arma” strategica nel grande risiko politico internazionale.

Se la politica russa appare imprevedibile agli occidentali, i dati finanziari mostrano uno scenario più ipotizzabile: a mio giudizio, il merito di credito russo (al di sotto della soglia investment grade) è “sottovalutato”. Se si guarda a potenziale economico e il livello del debito pubblico e privato con finanziatori esteri, il rublo ha raggiunto un livello basso che può essere considerato il minimo da cui ripartire per un lento e constante apprezzamento.

Inoltre, la valutazione attuale del debito russo è da considerare interessante (quotazione a 72 del bond decennale, con rendimento al 13%) per un paese in accettabili condizioni finanziarie generali.

E poi, se il prezzo del petrolio si riportasse verso l’area $75-80 al barile, l’inverno sarebbe meno rigido.

Scritto da

Classe 1955, laurea in Giurisprudenza all’Università di Torino, master in direzione aziendale alla SDA Bocconi, corsi di perfezionamento alla Harvard Business School. Trentennale esperienza professionale nella finanza bancaria (Citigroup, JPMorgan, Merrill Lynch), finanza di impresa (Finanza Straordinaria Fiat holding, CFO Saiag Comital), consulenza strategica (partner Gea); ha costituito Griffa & Associati, che si occupa di operazioni societarie: fusioni, acquisizioni, M&A, ristrutturazioni industriali e finanziarie. Appassionato di montagna e di mare, lettore di saggi di storia ed economia, dilettante ai fornelli con grande soddisfazione dei figli (azionisti di maggioranza) ed amici. Chief editor del think tank ItaliAperta, collabora a Smartweek.it con la sua “una tazzina di caffè…”: gusto forte e concentrato, ogni mattina.

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