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Parla il professor Puglisi: “i media finanziari non ce la raccontano tutta”

Intervistiamo il professor Riccardo Puglisi, docente dell’Università di Pavia, che mette a fuoco quattro grandi “distorsioni” del sistema dell’informazione (soprattutto finanziaria) in Italia: ordini di grandezza, confusione tra correlazione e causalità, target di lettori sbagliato e “bias del giornalista”.

 

Dire le cose come stanno non va di moda in Italia, specie nel settore dei servizi finanziari: come ha confermato il caso delle quattro banche salvate alla fine di novembre 2015, le asimmetrie informative continuano a dominare incontrastate e i risparmiatori brancolano più o meno nel buio della cattiva informazione. Insomma, le informazioni non vengono condivise del tutto, e i cittadini non conoscono mai “tutta la storia”.

Ma di chi è la colpa (o il dolo)?

È questo il tema affrontato da una delle tavole rotonde ospitate dall’ultimo Forum Ascosim. Dagli spunti emersi durante il panel moderato da Oscar Giannino, la sensazione è che le responsabilità vadano ripartite tra i media, che per svariate ragioni non dicono tutto ciò che dovrebbero dire (e anzi, a volte dicono quel che non dovrebbero), le istituzioni finanziarie, che hanno tutto l’interesse a mantenere viva l’asimmetria informativa in modo da poterla sfruttare a proprio vantaggio e, naturalmente, gli stessi risparmiatori che peccano di scarsa preparazione in materia finanziaria.

Abbiamo intervistato a questo proposito il professor Riccardo Puglisi (nella foto), economista e docente dell’Università di Pavia e tra i partecipanti alla tavola rotonda, che si è soffermato sulle responsabilità dei media individuando le quattro principali “distorsioni” del sistema dell’informazione (soprattutto finanziaria) in Italia.

Professor Puglisi, quali sono queste distorsioni?

“Partiamo dagli ordini di grandezza: è importante contestualizzare i fenomeni di cui si parla definendone le dimensioni, assolute e in relazione ad altri fenomeni, così da disporre di un’unità di misura. Cosa che invece spesso non succede.puglisi

Quando si parla di una cifra è fondamentale capire se quella cifra è grande o piccola, altrimenti si rischia di perdere l’idea della rilevanza dei fenomeni. Invece spesso vediamo titoli fuorvianti, in cui si segnala per esempio una ‘enorme crescita della fiducia dei consumatori’ quando la variazione è stata dello 0,1%. Oppure si parla di una riforma dall’impatto eccezionale, quando invece la sua rilevanza in termini economici è parecchio inferiore ad altre decisioni che però, per qualche motivo, ‘fanno meno notizia’ (e quindi non se ne parla)”.

“In secondo luogo esiste una certa tendenza a confondere la correlazione con la causazione” (una tendenza osservata anche da AdviseOnly, soprattutto in certe applicazioni fantasiose della statistica). “Se due fenomeni si muovono insieme, occorre prestare molta attenzione e fare le opportune verifiche prima di spingersi a dire che siano uno la causa dell’altro, perché si rischia di forzare l’interpretazione dei dati, leggendovi qualcosa che in realtà essi non dicono”.

“Quanto alla terza distorsione, spesso capita che i mezzi di informazione non si soffermino a spiegare – dandoli per scontati – concetti o nozioni che invece scontati non sono affatto, rendendo così particolarmente ostica la comprensione di una notizia. Ma perché lo fanno? Io personalmente penso che ci siano due possibilità: o lo fanno per colpa o lo fanno per dolo”.

In che senso?

“Nel primo caso c’è una specie di atteggiamento elitario, per cui non è elegante spiegare le cose, perché pare troppo di basso livello. Ma è un errore rivolgersi a un target di utenti troppo elevato, supponendo che i lettori abbiano un livello di competenze finanziarie più alto di quel che in realtà hanno, e che siano quindi in grado di cogliere al volo un riferimento appena accennato. Non sarebbe meglio spiegare tutto, come fanno i media anglosassoni, partendo dal presupposto che chi legge non abbia già delle conoscenze pregresse? In questo modo, al massimo si correrebbe il rischio di risultare noiosi agli occhi di un lettore già informato, ma mai quello di non essere capiti.

La seconda ipotesi – forse più grave – è che il giornalista non si soffermi a spiegare un concetto o a delineare il contesto di un avvenimento perché lui stesso non lo conosce in modo approfondito e che assuma quell’atteggiamento elitario di cui parlavo prima per nascondere la sua stessa ignoranza.

Un esempio su tutti? La confusione tra livello del PIL italiano (un dato in miliardi) con il tasso di crescita del PIL (che invece è espresso in percentuale): capita di leggere che in un determinato periodo ‘il PIL è stato negativo’. Il fatto che si stia parlando del tasso di crescita del PIL e non del suo valore sembra sottinteso, ma il dubbio è che chi scrive non conosca effettivamente la differenza tra le due grandezze”.

E la quarta distorsione?

“L’ultima distorsione è di chi riporta la notizia: tanto per cominciare esiste un certo bias rialzista quando si parla di mercati finanziari, nel senso che gli investitori tendono a comprare i titoli che sono più menzionati sui media: e se compro il prezzo sale, per cui c’è il rischio di creare una specie di bolla. Non solo: un’indagine condotta di recente mostra un’evidente tendenza da parte dei giornali a citare più spesso il nome di un’azione se quella società investe nel giornale in questione. Da questo punto di vista l’informazione non è oggettiva”.

Come si creano questi problemi?

L’informazione è un bene economico particolare: è infinitamente espandibile, perché una certa informazione può essere resa disponibile ad altri semplicemente replicando il testo, con un costo irrisorio, a maggior ragione nell’era del digitale. Dall’altra parte però c’è un problema di credibilità di chi fornisce l’informazione stessa e di comprensione del lettore, che rischia di fidarsi delle fonti sbagliate.

Che cosa possono fare i lettori per tutelarsi?

A mio avviso l’educazione finanziaria dovrebbe essere inserita tra le materie obbligatorie delle scuole: solo così possiamo evitare che i cittadini si trovino completamente allo sbaraglio perché privi degli strumenti per capire ed evitare di farsi ingannare. Oggi è così: per esempio in quanti sanno che cos’è il Taeg (Tasso annuo effettivo globale, ovvero l’indicatore di tasso di interesse di un’operazione di finanziamento)? E quante pubblicità lo danno invece per scontato o lo spiegano velocemente o con una minuscola didascalia – anche se quella è l’informazione principale – per tenere i consumatori all’oscuro?

Dall’altra parte bisognerebbe agire sui media, spingendoli ad adottare l’approccio utilizzato nel mondo anglosassone, in cui le cose vengono spiegate chiaramente. In questo caso la strada è quella della formazione continua dei giornalisti. Mi spiego: è necessario che chi parla d’inflazione sia in grado di raccontare in due righe che cosa esattamente significa inflazione”.

Formazione, formazione e ancora formazione

Insomma, “chi fa da sé fa per tre”:  la risposta più immediata al problema della disinformazione sembra essere ancora una volta l’educazione finanziaria. Lo abbiamo detto tante volte e lo ripetiamo: un investitore informato e consapevole è un investitore migliore.


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Noi di AdviseOnly sosteniamo questa battaglia fin dalla nascita del nostro blog. Ci siamo impegnati a fondo e continuiamo a farlo per fornire ai nostri lettori gli strumenti base per capire il mondo della finanza e scegliere in modo consapevole come gestire i propri risparmi.
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Scritto da

La scrittura è sempre stata la sua passione. Laureata in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione all’Università Bocconi di Milano, è entrata nel mondo del giornalismo nel 2008 con uno stage in Reuters Italia e successivamente ha lavorato per l’agenzia di stampa Adnkronos e per il sito di Milano Finanza, dove ha iniziato a conoscere i meccanismi del web. All’inizio del 2011 è entrata in Blue Financial Communication, dove si è occupata dei contenuti del sito web Bluerating.com e ha scritto per il mensile Bluerating.

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