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“Le 7 mosse per aver successo e la verità sul precariato in Eataly”. Intervista a Oscar Farinetti

“Veloce-veloce-veloce! Quante domande mi fai?”.

Oscar Farinetti è un uomo cui non piace perdere tempo, perché “bisogna andare sempre veloce, tranne quando si mangia”. Piemontese, classe 1954, amico e sostenitore del premier Renzi, ha fondato nel 2004 Eataly, la catena di punti vendita di cibo e bevande italiane di alta qualità che al momento in cui scrivo conta dieci negozi: cinque in Italia e cinque all’estero. Un’impresa di successo, ma anche oggetto di polemiche per le sue condizioni di lavoro e perchè teatro di un’aggressione tra dipendenti il 30 ottobre 2014.

Advise Only ha raccolto l’opinione di Oscar Farinetti sulla situazione economica dell’Italia, sul lavoro (in Italia e in Eataly) e sui settori in cui investire.

Lo abbiamo incontrato a margine del World Business Forum 2014 di Milano, dove ha spiegato la “ricetta del successo in sette mosse”. Vediamole.

Le 7 mosse per avere successo

  1. Gestire l’imperfezione – “Nessuno è perfetto. I più bravi corrono verso la perfezione sapendo che non la raggiungeranno mai”.
  2. Individuare le priorità – “Consiste, al mattino, nel fare prima la doccia e poi vestirsi. Sembra banale, ma conosco tante persone molto più intelligenti di me che non combinano niente perché si svegliano al mattino con mille cose da fare e vogliono farle tutte”.
  3. Teoria dei contrasti apparenti –  “Come mi ha insegnato mio padre, bisogna mettere insieme valori contrastanti. Ad esempio, mettere insieme autorevolezza e informalità. In Eataly abbiamo cercato di fare questo: piatti autorevoli in un contesto informale”.
  4. Pensare locale e agire globale – “L’Italia è pari allo 0,5% della superficie del mondo e ha lo 0,83% di abitanti del mondo. Nel mio settore, Coop ed Esselunga sono i migliori al mondo a far supermercati, ma sono a litigare per una licenza a Cinisello Balsamo. Intanto gli altri supermercati sono andati nel mondo. Dobbiamo pensare locale e agire globale. Questo vale per tutti i settori”.
  5. Saper narrare – “La gallina ha inventato il marketing, non Kotler: lei fa l’uovo e fa coccodè e il contadino va a prenderlo. Il tacchino fa un uovo enorme e non lo dice al contadino. A me è andata bene con Eataly perché ho investito in un mercato dove non c’era narrazione”.
  6. Rispetto non per senso del dovere, ma per  senso del piacere – “Mi devo comportare bene perché sono ‘figo’. In USA ci si vergogna a dire che non si pagano tasse. La parola rispetto, oggi, significa creare posti di lavoro, insegnare un mestiere e dare un contratto a tempo indeterminato a chi ha imparato”.
  7. Mai arrendersi – “Esiste un confine tra difficile e impossibile. E’ importante dedicare tanto tempo al difficile, ma non bisogna perdere tempo nelle questioni  impossibili”.

foto FarinettiPhoto: courtesy of WOBI

La nostra intervista a Oscar Farinetti

Com’è fare impresa in Italia?

Da un lato è meraviglioso, perché l’Italia è un Paese che si presta da morire a fare impresa. Chi non fa impresa in Italia potendolo fare, sbaglia. C’è una dicotomia tra le potenzialità e i risultati. Siccome i risultati sono ancora così bassi, se uno sa sfruttare bene le potenzialità, diventa un grande imprenditore. Perfino uno come me, che non ha grandissime capacità riesce a diventare un “figo pazzesco” semplicemente perché utilizza la biodiversità italiana, che non ho creato io. C’era, c’è sempre stata ed è una meraviglia!

Dall’altro lato è difficile, perché siamo un Paese un po’ complicato, perché per una serie di ragioni abbiamo fatto  scrivere le regole a persone non troppo competenti. E chi non è molto competente, per scrivere una regola impiega 182 pagine. A chi è molto competente basta scrivere quattro righe. E quando hai regole di quattro righe “viaggi” come imprenditore, mentre se hai 182 pagine sei sempre bloccato. In più, abbiamo creato troppe corporazioni, ognuna a difesa della propria categoria. Ma soprattutto abbiamo messo troppi controlli. Che da un lato è positivo: il cibo italiano esportato è il più igienico al mondo perché abbiamo una catena di controlli molto severa. Però poi abbiamo esagerato, per cui ad esempio i piccoli produttori che in Italia producono vino hanno undici enti che li controllano, mentre in Francia ce ne sono solo due! Quindi vuol dire che il contadino italiano passa almeno tre mesi l’anno in mezzo alle scartoffie, il francese dieci giorni e quindi ha un vantaggio di due mesi e venti giorni per andare in giro per il mondo a vendere vino. E infatti ne vendono più di noi: non in termini di ettolitri, ma di prezzo!

Continuiamo a parlare di regole. Cosa ne pensa del Jobs act?

A me questo Jobs act non dispiace. Trovo che sia una gestione dell’imperfezione, un compromesso secondo me corretto. Il tema è che Matteo Renzi ha voluto andare diritto col compromesso, senza fermarsi a far sedici tavoli, parlarne qua e là e adesso gli stanno dando del filo da torcere. Penso però che si debba passare da 42 tipi di contratto a un contratto unico a tutele crescenti. Scenderei magari a uno o due anni come durata contrattuale anziché tre. Il problema non è la durata. Bisogna dare la possibilità all’imprenditore e al lavoratore, per un periodo di tempo, di conoscersi e di essere liberi di andarsene.

Negli Stati Uniti, dove abbiamo 1.300 dipendenti tra New York e Chicago, succede che se il dipendente non ha più voglia di lavorare non si presenta al lavoro la mattina o va via alle cinque del pomeriggio. E se il datore di lavoro vuole licenziare una persona, lo fa (i licenziamenti sono “at will”, ndr). Poi però se c’è discriminazione sul lavoro o lavoro nero, l’imprenditore finisce in galera. Là sono forse esagerati, da una parte.

Noi però dovremmo trovare un sistema un po’ snello, in modo da togliere all’imprenditore questa psicosi di non potersi più liberare di un “pelandrone”. Dall’altra parte dobbiamo togliere al lavoratore questa idea che l’imprenditore è padrone, perché nel 90% dei casi non è così. Penso che il 90% degli imprenditori siano brave persone, poi c’è un 10% di mandrilli e lestofanti. Allo stesso modo, il 90% dei lavoratori ha voglia di fare e impegnarsi, poi c’è il 10% di “pelandroni”. Il 90% dei media è a posto, persegue la verità o la propria verità, il 10% sono dei bastardi. Il problema è che quel 10-10-10 oggi urla così tanto che sembra il 90%.

A questo proposito di lavoro, cosa risponde a chi l’accusa di alimentare il precariato con Eataly?

Rispondo la verità.

E qual è la verità?

Nei punti vendita storici di Eataly siamo all’83% di contratti a tempo indeterminato, nei punti vendita aperti da due anni siamo al 50%, nei punti vendita aperti da qualche mese i dipendenti sono quasi tutti i tempo determinato. Che siano impiegati nostri o interinali non cambia niente: diamo un primo stipendio netto mensile di 1.000 euro a tutti, anche a chi deve imparare il mestiere. Abbiamo sempre preso impegno entro tre anni di arrivare all’83% di dipendenti assunti con contratto a tempo indeterminato. Dobbiamo accorciare a due anni o magari anche a uno. Non è semplice, ma dobbiamo impegnarci. Anche perché i ragazzi ne hanno abbastanza diritto. Io andrò avanti diritto sul fatto che chi è “pelandrone” dopo aver preso 1.000 euro per sei mesi poi cambia mestiere e lascia il posto a un altro. Poi ne prendo un altro e mi ci vogliono altri sei mesi a insegnargli il mestiere e hai perso un anno. Se sbagli ad assumerne due, non ti basta l’anno. Però vi dico che nel 90% dei casi, ci azzecchiamo.

In un colloquio si riesce a capire solo se uno è intelligente o sciocco. Riesci anche a capire se uno sa ragionare con la testa o col cuore. Quello che non riesci a capire è se è determinato, cioè se ha voglia di lavorare. Quello lo capisci “mangiandoci un po’ di sale insieme” (antico proverbio italiano, che sta per: passando del tempo insieme”, ndr).

Io vado avanti così, ho la coscienza a posto. Però questa polemica cattiva mi fa male e mi ha disturbato. Ma non solo me, anche la mia famiglia. Mio figlio Nicola mi dice che non dorme da quindici giorni. Stiamo male, perché abbiamo sempre cercato di impegnarci per il bene. Oggi in Italia puoi rovinare la reputazione a una qualsiasi azienda. Facciamo un esempio: io ho 4.000 lavoratori: ci sarà un 3% di scontenti e arrabbiati, che fa 120. Abbiamo 9.000 fornitori: ci sarà un 3% di scontenti, che fa 180. Se li sommiamo con altri, fa 300 scontenti. Se tu vuoi fare un servizio, chiedi solo a loro e non chiedi all’altro 97%, e uno che ti guarda in televisione pensa che tu sia una pessima azienda. Ma quel servizio puoi farlo su qualsiasi azienda italiana, anche la più etica: c’è sempre un 3%. Trovo pazzesco farlo contro Eataly, che negli ultimi sette anni ha creato un sacco di posti di lavoro, si è impegnata, non ha mai avuto contributi dallo Stato, ha messo i suoi soldi, ha rimesso in vita diciotto immobili dimenticati e chiusi, come la stazione Ostiense e il teatro Smeraldo. Io non voglio complimenti, ma che non mi rompano le scatole!

I lettori di Advise Only si interessano di risparmio e investimenti. Lei in quali settori o aziende investirebbe?

Sempre e solo nelle grandi espressioni della biodiversità italiana: il settore agroalimentare, sia nella forma della produzione agricola che nel commercio e nella distribuzione di alimenti; la moda e design; l’industria manifatturiera di precisione; l’industria manifatturiera creativa; il patrimonio artistico; il turismo. Queste sono le grandi vocazioni del nostro Paese, che avranno un futuro perché potremo venderle al 99,17% della popolazione del mondo che non risiede in Italia. Noi siamo solo lo 0,83%.

 

Seguendo la strategia d’investimento che ci ha dato Oscar Farinetti in questa intervista, abbiamo costruito il portafoglio Farinetti. E’ un portafoglio “minimal”, perché nei settori e sub-settori indicati da Oscar Farinetti le aziende quotate in Borsa non sono molte (e tanto meno esistono specifici ETF o altri OICR); questo probabilmente è un buon indicatore degli spazi di crescita del nostro Paese.

Farinetti

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