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Se l’Italia non crede più nel progetto europeo

Gli italiani – tra i primi sostenitori del progetto europeo – stanno perdendo fiducia nell’Unione Europea. Complice da un lato la lunga crisi economica – e la sua gestione traballante – dall’altro i flussi migratori verso la Penisola, i livelli di coesione nei confronti dell’UE sono crollati a picco nel corso dell’ultimo decennio, di pari passo con la crescita del consenso per i partiti populisti, un tempo relegati ai margini e oggi protagonisti del panorama politico.

Così il Belpaese porta a casa un nuovo record negativo: è lo Stato membro dove il grado di coesione complessivo è sceso di più nel decennio 2007-2017. La stessa dinamica ha interessato anche Spagna e Grecia, dove però il calo è stato più contenuto.

Tutto ciò emerge dall’ultimo EU Cohesion Monitor, un indicatore elaborato dallo European Council on Foreign Relations per valutare il grado di “coesione” tra i 28 Stati membri. Detto in parole semplici: si vuole capire quanto forte sia ancora la “colla” che tiene insieme l’Unione.

Come si calcola la coesione di un Paese

L’EU Cohesion Monitor analizza due diverse tipologie di coesione: quella strutturale, che misura i legami tra i diversi Stati membri (flussi commerciali, partecipazione alle politiche comuni, eccetera) e quella individuale, che valuta l’impegno e le percezioni dei cittadini nei confronti dell’Unione Europea.

Per farlo, lo studio prende in esame 10 indicatori di coesione per ciascuno dei 28 Stati membri. Sei di questi indicatori sono classificati come “strutturali”, perché riguardano le relazioni tra Stati UE e istituzioni su larga scala: resilienza, legami economici, finanziamenti, rapporti di vicinato, integrazione delle politiche e sicurezza.

Gli altri quattro sono definiti invece “individuali” perché considerano le relazioni interpersonali: esperienza, impegno, attitudini e approvazione.

Il punteggio di ogni indicatore deriva dalla performance del singolo Paese in una serie di aree. Per esempio, resilienza, legami economici e finanziamenti si basano su fattori tra cui compaiono il rapporto debito/PIL, il commercio e i flussi finanziari legati al budget europeo. Allo stesso tempo, esperienza e impegno contemplano fattori come l’interazione dei cittadini con altri Paesi europei e il consenso ottenuto dai partiti populisti.

L’obiettivo è duplice: da un lato identificare le aree in cui una mancanza di unità interna ha minato – o rischia di minare – il progetto stesso alla base dell’Unione, dall’altro capire l’impatto delle crisi – quella finanziaria nel 2007 o quella dei rifugiati nel 2015 – sul grado di coesione tra i Paesi europei. Il tutto con evidenze empiriche che si traducono in numeri.

Un compito più che mai significativo in un periodo in cui ovunque sta crescendo il consenso per partiti politici nazionalisti e populisti, che rifiutano la cooperazione pan-europea e chiedono la restituzione dei poteri sovranazionali ai singoli Stati membri.

La coesione sale, ma aumenta la dispersione

Il risultato dello studio evidenzia – a sorpresa – un complessivo aumento della coesione nell’UE durante il decennio che va dal 2007 al 2017. Nel dettaglio, si è registrato un aumento significativo del dato strutturale nei Paesi dell’Europa centrale e orientale, mentre la coesione individuale è cresciuta soprattutto negli Stati settentrionali.

A dispetto della tendenza generale però, alcuni Paesi hanno visto un calo in entrambe le componenti: tra questi ci sono l’Italia, la Francia e la Spagna.

La fotografia del 2017

Il grafico qui sotto mostra nel dettaglio la situazione dei 28 Paesi (più la media UE) nel 2017. Vediamo come è cambiato il quadro rispetto a dieci anni fa: il quadrante in basso a sinistra della matrice, che indica coesione debole sia a livello individuale che strutturale, includeva otto Paesi nel 2007 – Regno Unito, Portogallo e Paesi dell’Est (Repubblica Ceca, Romania, Polonia, Bulgaria, Ungheria, Croazia).

Oggi è popolato da Italia, Francia Grecia e Regno Unito. Nello stesso periodo di tempo, il numero di Paesi nel quadrante in basso a destra – che indica forte coesione strutturale e bassa coesione individuale – è salito da uno (Lettonia) a cinque (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania e Bulgaria). Per questi  Paesi, i livelli di coesione strutturale sono nettamente più alti rispetto alla media UE, ma quelli di coesione individuale sono molto più bassi.

Per quanto riguarda i due quadranti in alto, il numero  dei Paesi è rimasto piuttosto stabile, ma la composizione è cambiata. Il quadrante in alto a destra, che indica forte coesione sia strutturale sia individuale, era popolato nel 2007 da Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Slovacchia e Lituania. Dieci anni dopo, Lussemburgo e Belgio sono gli unici Stati occidentali rimasti, insieme ai tre Paesi Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), Slovenia e Slovacchia.

Il quadro della coesione europea nel 2017

Andiamo ad analizzare ora il gruppo dei “Big Six”, ossia i sei Paesi che lo European Council on Foreign Relations definisce come le maggiori potenze europee: Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia e Regno Unito. Il grafico mostra la traiettoria compiuta dai vari Paesi dal 2007 (punto di partenza evidenziato in azzurro) al 2017 (punto di arrivo della freccia).

Come possiamo vedere, l’Italia ha registrato un peggioramento sia della coesione strutturale sia di quella individuale, infatti si è spostata verso il basso e verso sinistra. Stessa dinamica per la Spagna e la Francia, mentre la Germania ha registrato un miglioramento della coesione individuale, rimanendo stabile dal punto di vista della coesione strutturale (infatti lo spostamento è solo verso l’alto).

Il Regno Unito ha visto un leggero miglioramento sotto il profilo individuale, ma anche una riduzione della coesione strutturale  (spostamento verso l’alto e verso sinistra). Infine la Polonia ha visto un calo della coesione individuale e un miglioramento di quella strutturale.

La dinamica dei “Big Six”

Vediamo invece cosa è successo al gruppo definito “Affluent Seven”, ovvero i sette Paesi ricchi (Danimarca, Svezia, Finlandia Austria e Benelux), tutti saldamente posizionati nei due quadranti superiori della matrice. Per tutti si registra un miglioramento della coesione individuale nel corso degli ultimi dieci anni (tutte le frecce puntano verso l’alto). Per qualcuno (Svezia) è migliorata anche la componente strutturale, per gli altri è diminuita – fatta eccezione per la Finlandia che rimane stabile (il movimento è solo verso l’alto).

La dinamica degli “Affluent Seven”

Di fatto, quello che balza all’occhio nel passaggio dal 2007 al 2017 è una sorta di “fuga” dei vari Paesi in tutte le direzioni: se 10 anni fa la maggior parte dei 28 Stati membri si addensava intorno la media dei 5,5 punti su entrambi gli assi, oggi la distribuzione risulta molto più varia, con diversi Paesi che occupano anche le zone più “estreme” dei quadranti.

Nel “disordine”, si notano due divisioni che riflettono il dibattito politico circa il futuro dell’Unione: dal punto di vista della coesione “strutturale” c’è una netta divergenza tra Stati orientali e Stati occidentali. Ad eccezione dell’Austria e di Cipro, infatti, tutti i Paesi a est della Germania hanno guadagnato punti sotto la voce “coesione strutturale” negli ultimi decenni, mentre tutti quelli a ovest (compresa l’Italia) hanno registrato un calo.

L’altro grande trend riguarda una divisione Nord-Sud sotto il profilo della coesione individuale, che in linea di massima è scesa nei Paesi meridionali (Italia inclusa) e aumentata in quelli settentrionali (Svezia in testa).

[accordion title=”Come siamo messi”] Tradizionalmente l’Italia è sempre stata tra gli Stati membri più convinti nelle potenzialità di una maggiore integrazione europea. Ma nel 2017 i suoi indicatori di coesione risultavano più bassi della media dei 28 sotto tutti i profili, fatta eccezione solo per le politiche d’integrazione e la sicurezza.

Sul fronte della coesione strutturale, la resilienza è calata di 1,6 punti percentuali e i legami economici di 2,4 punti tra il 2007 e il 2017, mentre per quanto riguarda la componente individuale, la voce “engagement” – in modo inversamente proporzionale alla performance dei partiti anti-europeisti alle elezioni – è scesa di 3,7 punti nel decennio appena passato.

Più in generale, nella classifica per coesione strutturale l’Italia è scesa in 10 anni dal 19esimo al 25esimo posto. E ha fatto ancora peggio nella graduatoria per coesione individuale, dove è passata dalla decima alla 23esima posizione.

Guardiamo il grafico: la linea tratteggiata mostra la situazione del Paese nel 2007, mentre la parte verde e la parte azzurra mostrano rispettivamente i livelli di coesione individuale e strutturale nel 2017. Come si può notare, i cambiamenti più sensibili si sono registrati sotto il profilo dell’impegno (o engagement), della resilienza e dei legami economici.[/accordion]

La situazione dell’Italia nel 2017 (rispetto al 2007)

La crisi migratoria mina (a tratti) la coesione europea

L’arrivo massiccio di rifugiati e richiedenti asilo in Europa, a partire dall’estate del 2015, ha generato non poche tensioni e ha fatto balzare il tema dell’immigrazione in cima all’agenda politica dell’UE e di molti Stati membri. Ha mobilitato e diviso l’elettorato, facendo schizzare alle stelle il supporto per i partiti populisti ed euroscettici.

Va detto che la crisi ha colpito l’UE con intensità molto variabile a seconda della zona: la grande maggioranza dei rifugiati è infatti approdata in Grecia e in Italia, per poi spostarsi a nord – principalmente attraverso i Balcani e l’Ungheria – verso l’Austria, la Germania e la Svezia (passando per la Danimarca).

Al di fuori di queste rotte, l’ondata migratoria è passata quasi inosservata – fatta eccezione per i Paesi membri dell’area Schengen, che hanno visto una temporanea reintroduzione dei controlli ai confini.

Linee guida

Alla luce dei risultati dello studio, lo European Council on Foreign Relations ha formulato una serie di indirizzi e consigli per le istituzioni, i policy maker e le organizzazioni civili.

  • Le strategie per la costruzione di una maggiore coesione devono essere studiate “su misura” per i singoli Stati membri, in modo da tener conto delle specificità di ciascuno. Un approccio unico per tutti non può più funzionare.
  • In futuro potrebbe avere senso focalizzarsi sulla coesione individuale, che ha un maggiore potenziale sul breve termine.
  • Un’attenzione particolare va rivolta ai Paesi caratterizzati da trend problematici, come l’Ungheria e la Repubblica Ceca, che mostrano enormi asimmetrie tra una elevata coesione strutturale e una bassa coesione individuale. Anche l’Italia merita di essere messa sotto i riflettori a causa del significativo calo registrato su entrambi i fronti: con l’indebolirsi dei legami con gli altri Stati membri, il Paese rischia di perdere di vista l’impegno a favore del progetto europeo, una situazione che potrebbe avere conseguenze molto pesanti.

Il grafico mostra la tendenza della coesione individuale: in verde sono segnati i Paesi che hanno visto un miglioramento nel corso degli ultimi dieci anni, in rosso quelli in via di peggioramento.

La coesione individuale in Europa


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Scritto da

La scrittura è sempre stata la sua passione. Laureata in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione all’Università Bocconi di Milano, è entrata nel mondo del giornalismo nel 2008 con uno stage in Reuters Italia e successivamente ha lavorato per l’agenzia di stampa Adnkronos e per il sito di Milano Finanza, dove ha iniziato a conoscere i meccanismi del web. All’inizio del 2011 è entrata in Blue Financial Communication, dove si è occupata dei contenuti del sito web Bluerating.com e ha scritto per il mensile Bluerating.

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