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Meritocrazia e articolo 18: intervista a Roger Abravanel

Tutti parlano della mancanza della logica del merito in Italia e di quanto, purtroppo, domini quella della raccomandazione. Ma vi siete mai chiesti quanta meritocrazia c’è nel Belpaese? Se si possa misurare? La prima ricerca sul tema è stata presentata a Milano il 10 novembre 2014 al convegno “La meritocrazia aiuta le imprese a diventare eccellenti”, organizzato da Forum della Meritocrazia, Great Place to Work e Doxa Duepuntozero, con il contributo di AIDP. Tra i relatori anche Roger Abravanel, direttore emerito di McKinsey, cui AdviseOnly ha chiesto un’opinione sulla mancanza di meritocrazia in Italia, emersa dalla ricerca. Prima di passare all’intervista, approfondiamo i suoi risultati dello studio “Leadership e meritocrazia 2014”.

Quanta meritocrazia c’è in Italia?

In una parola: poca. Ma andiamo con ordine e vediamo come è stata misurata. La ricerca ha selezionato 43 imprese italiane cui ha somministrato un questionario di 12 affermazioni estratte dal modello Trust Index di Great Place to Work. Le domande vertevano sui quattro capisaldi della meritocrazia nelle imprese:

  1. credibilità;
  2. leadership meritocratica;
  3. valorizzazione delle persone;
  4. spirito di gruppo.

Queste quattro caratteristiche sono i quattro sottoindici della meritocrazia; la loro media costituisce l’indice complessivo di meritocrazia. I risultati ottenuti dalle 43 imprese italiane intervistate nelle quattro aree e la loro media – che costituisce un indice generale di meritocrazia sono misurati con una scala da 1 a 100. Il questionario è stato replicato da Doxa Duepuntozero e proposto a un campione di italiani che lavorano nel settore privato e  nel settore pubblico. I risultati delle imprese sono quindi stati confrontati con quelli riguardanti:

  • le 35 migliori imprese dove lavorare in Italia secondo l’indice Great Place to Work;
  • le 3 migliori imprese dove lavorare in Italia secondo l’indice Great Place to Work (Cisco, Gore e Loccioni, unica italiana ai vertici);
  • i lavoratori del settore pubblico;
  • i dipendenti del settore privato.

Vediamo tutti i risultati nell’infografica.


L’ultimo grafico che mette in relazione indice di meritocrazia con anzianità aziendale è particolarmente triste secondo Alessandro Zollo, a.d. di Great Place to Work Italia:

“I giovani quando entrano in azienda si aspettano di essere in un’organizzazione meritocratica, tant’è che giudicano così l’azienda per cui lavorano. Ma più si sta in azienda, più si percepisce che la meritocrazia non c’è. Questo accade sia tra le aziende italiane, sia tra i dipendenti del pubblico, sia tra quelli del privato. La permanenza in azienda distrugge le speranze dei giovani”.

Perché manca la meritocrazia in Italia?

Secondo Enrico Cazzulani, segretario generale dell’AIDP (Associazione italiana per la direzione del personale), che conta 3.000 soci, soprattutto del settore privato, i risultati sono impressionanti, ma non sorprendenti. Cazzulani spiega: “La cultura del sistema paese è meno incline al merito, declinato solo nell’ottica di ottenere maggiore riconoscimento. Questo è figlio di un appiattimento della cultura che ha premiato le ideologie e l’egualitarismo”.

Cazzulani non manca di sferzare le imprese su questo punto: “Le risorse umane sono la voce che assorbe maggiori risorse finanziarie delle imprese. Bisogna essere pragmatici e sensibilizzare le aziende sulla necessità usare bene risorse: devono selezionarle bene e far svolgere loro i compiti più in linea con le loro competenze”.

Secondo il direttore emerito di McKinsey Roger Abravanel, i dati sono devastanti ma al contempo sorprendenti: “Mi aspettavo una meritocrazia latitante nel settore pubblico. Però nelle aziende c’è più meritocrazia di quanto pensassi”. Si è però detto deluso dal fatto che nessuna delle 43 aziende partecipanti al questionario abbia assistito alla presentazione dei risultati. Poi ha puntato il dito contro le imprese italiane, sostenitrici della logica del “piccolo è bello”: “Le aziende italiane grandi sono pochissime e sono sempre meno quelle medie che diventano grandi. Per crescere e innovare ci vogliono più talenti. In Italia non c’è meritocrazia anche perché gli imprenditori di aziende familiari sono incapaci di diventare azionisti e di affidare l’azienda a dei manager professionisti. Questo modello è la causa dei pessimi dati”. Un altro problema è il basso livello d’istruzione degli imprenditori italiani: “Da noi il 70 % degli imprenditori non è laureato. In Germania accade il contrario. Anche per questo manca l’apertura mentale”. Malgrado l’analisi senza sconti, Abravanel resta ottimista: “La situazione sta cambiando un poco in Italia, complice la crisi”. Da qui prende le mosse la nostra intervista a margine dell’evento.

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Intervista a Roger Abravanel

Lei ha chiuso il suo intervento con una nota di speranza per la meritocrazia, che può essere “salvata dalla crisi”. In che modo?

Purtroppo l’Italia cambia solo quando è in crisi, non perché vede opportunità di cambiamento. Con la crisi o si cambia, o si muore. Tant’è che un sacco di aziende sono state falcidiate dalla crisi: sono fallite oppure sono state comprate da imprese più brave di loro.

A proposito di lavoro, cosa ne pensa del dibattito sull’articolo 18?

Questo dibattito dimostra che in Italia non si capisce l’importanza della libertà dell’organizzazione del lavoro da parte dell’imprenditore. Da noi è più semplice attuare il licenziamento collettivo che quello di una singola persona, oppure la premiazione del singolo. In azienda c’è un’apartheid tra una minoranza coperta da articolo 18 e i giovani bravi facilmente licenziabili. Le imprese non li possono assumere per tutelare la minoranza. Questo dualismo costituisce un problema per il merito e la produttività, perché bisogna far passare avanti chi è tutelato invece che far entrare i giovani, che ci vanno di mezzo. A loro ho dedicato il mio quarto libro “Il lavoro cambia, la scuola no”, in uscita nel 2015, dove dimenticando quello che fa lo Stato, spiego cosa può fare un giovane fin dall’età di 15-16 anni per assicurarsi un buon lavoro.

Prima di questo libro, lei ha dedicato altri tre saggi all’Italia: uno sulla meritocrazia, uno sulle regole e uno sulla crescita. Sta scrivendo un racconto a puntate? In altri termini: c’è un legame tra questi tre temi?

Certamente. L’economia non cresce perché non crescono le aziende. Le aziende non crescono perché non valorizzano le risorse umane e la meritocrazia. Gli imprenditori italiani non hanno capito che il mondo è cambiato: le fabbriche contano sempre meno, a favore dei servizi, dove hanno valore le risorse umane e la meritocrazia. Quest’ultima per crescere ha bisogno di una sana competizione, che in Italia non c’è, perché non si rispettano le regole: lavoro nero, corruzione e imprese che vendono perché conoscono le persone “giuste”. In questo contesto, non c’è bisogno di rispettare le regole.

La cultura costituisce un freno per la competizione in Italia?

No, la cultura in sè non c’entra: all’estero gli italiani rispettano le regole. In Italia, no. Nel Belpaese c’è il retaggio storico dell’egualitarismo, se invece ci fosse una sana competizione, la gente capirebbe che le persone e le scuole non sono tutte uguali. Ad esempio, si dovrebbe instaurare un circuito virtuoso di questo tipo:

  • un’università migliore aiuta a trovare un lavoro migliore,
  • per avere più iscritti e maggiori entrate, le università punteranno a essere tra le migliori,
  • ci saranno più investimenti per migliorare la qualità dell’insegnamento.

L’egualitarismo ci fa dire che in Italia tutte le scuole e le università sono uguali, ma non è così. Lo diciamo solo perché non c’è senso del mercato e della competizione. Quando ci sarà, e comincia a esserci, finalmente riconosceremo che le scuole e le università italiane non sono tutte uguali.

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