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Keep It Simple, Stupid! Vecchie lezioni di buon senso per gli investitori e la consulenza finanziaria

Keep It Simple, Stupid!

In un periodo in cui non si parla altro che di macroeconomia, spread, finanze pubbliche e altre disgrazie del quotidiano, da alcuni recenti studi sperimentali arriva un elogio alla semplicità e un inno all’importanza della scala micro dove viviamo tutti noi, poveri investitori. In un articolo in corso di pubblicazione su Mind & Society 2012, un gruppo di ricerca composto da Marco Monti (ebbene sì, in arte M. Monti!), Riccardo Boero e, fra gli altri, dal noto psicologo Gerd Gigerenzer (Max Planch Institute) ha analizzato consulenti finanziari, banche e investitori comuni per scoprire che le strategie d’investimento migliori sono quelle più semplici ed intuitive, di buon senso, diremmo.

Dallo studio che combina analisi sul campo, dati empirici e dati sperimentali, sia su un campione di investitori sia su uno di studenti, emerge un dato inequivocabile: la mente umana è una macchina per la scoperta di scorciatoie, mappe e percorsi intuitivi, basata sull’esperienza e l’analogia, più che sul calcolo analitico. Perché questo non dovrebbe valere anche per l’investitore ed il mercato?

I dati mostrano che sia riguardo alla ricerca d’informazione, sia riguardo alle decisioni d’investimento, sembra che gli investitori spesso limitino fortemente l’analisi e la scelta di alternative, seguano intuizioni dall’esperienza e si concentrino su decisioni soddisfacenti, al posto di cercare pervicacemente alternative ottimali per ogni decisione. E questo anche quando l’informazione disponibile sul mercato è abbondante, o meglio proprio per quello!

Del resto, Gigerenzer e un collega qualche anno fa (studio su Topics in Cognitive Science, 2009) avevano dimostrato in un noto esperimento, che un gruppo di investitori comuni che seguivano intuizioni basate sull’esperienza e sul buon senso, con informazioni “pubbliche” facevano predizioni migliori sugli andamenti di mercato rispetto ad investitori professionali, dotati di informazioni privilegiate e tecnologie decisionali più raffinate. Insomma, più tecnologie, più informazioni, più calcolo non sempre significa decisioni migliori. “Less is more”, si direbbe.

Non è che forse ciò dipende dal fatto che anche l’investitore non è altro che un essere umano, evoluto da generazioni per scovare buone idee e scorciatoie mentali per navigare in un flusso di informazioni ed eventi che altrimenti richiederebbero eccessivi costi decisionali? Facevano così i nostri antenati cacciatori e raccoglitori nel Paleolitico, forse facciamo così anche noi, no?

Questo dovrebbe ricordare ai maghi della consulenza che “fare le cose semplici”, capire la razionalità insita anche e soprattutto nel comune investitore, condividere convinzioni e visioni, parlare al buon senso, è una condizione fondamentale, prioritaria per un agire responsabile ed “economicamente” utile. In più, mi chiedo, non è che forse i mercati diventerebbero più intellegibili, l’economia qualcosa di migliore, se tutti noi pensassimo e agissimo “più semplice”, “stupidi” che non siamo altro?

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