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Investire in Borsa: è una tua libera scelta o sei influenzato da altri?

Sempre più “BOT people” si stanno lanciando a investire in Borsa. Come mai?

La teoria classica ci racconta che l’aumento della ricchezza e il grado di educazione finanziaria sono le principali spinte. Non bisogna poi dimenticare il calo dei rendimenti dei titoli di Stato e l’affacciarsi sul mercato di nuovi strumenti finanziari, come ad esempio i fondi comuni quotati e gli ETF. A questi fattori “tradizionali” provo ad aggiungerne tre:

  1. l’interazione sociale;
  2. il comportamento gregario;
  3. il ruolo dell’esperto.

Vediamoli uno per uno.

1. Interazione sociale

L’interazione sociale è quel fenomeno che vede diverse persone entrare in relazione le une con le altre, per svariate ragioni: gruppi di amici, colleghi, membri della medesima associazione e via discorrendo. A questo fenomeno fisico, è facile aggiungere l’interazione virtuale dei vari social network, community e blog.

Il risultato è che si sviluppa un senso del sentire e un pensiero condiviso, comune. Si tende a “parlare la stessa lingua” e a comportarsi in modo uniforme. Anche gli argomenti di natura finanziaria sono condivisi e ci si confronta sui temi legati all’economia e alla finanza, proprio come avviene su adviseonly.com. Nasce una visione comune, tale per cui – in virtù dell’essere parte di un gruppo – si compiono azioni che, singolarmente, molto probabilmente non si compirebbero.

Uno studio apparso su The Journal of Finance nel febbraio del 2004 mette proprio in evidenza il risultato dell’interazione sociale e l’impatto che ha avuto sulla partecipazione al mercato azionario.

2. Comportamento gregario

Si tratta, banalmente, di seguire il comportamento di altri soggetti che, per varie ragioni, si ritengono essere meritevoli della nostra fiducia. O, come spesso accade, di sviluppare un comportamento da free-rider, ossia da “scrocconi”: si tratta di copiare quello che fanno gli altri e trarne un duplice vantaggio.

Il primo è che non si sostengono i costi della ricerca e della valutazione delle diverse possibilità di investimento offerte. Il secondo è di ridurre al minimo il proprio coinvolgimento psicologico (commitment). Si condividono le sorti di altri investitori per cui se le cose vanno male ci si consola con l’aver condiviso le perdite subìte. Questa condivisione ci “solleva” dal punto di vista psicologico: “mal comune, mezzo gaudio”, come recita l’adagio popolare. Mentre se dovessimo guadagnare, ci verrebbe estremamente facile (quasi naturale), attribuire a noi stessi il merito del profitto: mica male il nostro cervello!

3. L’esperto

L’esperto guida e spesso condiziona il nostro comportamento. Alcuni studi hanno dimostrato come, di fronte a colui che riteniamo essere un esperto, il nostro cervello si “spegne”: tendiamo a fidarci, più o meno ciecamente, di lui/lei.

Anche in questo caso gioco un ruolo importante la psicologia: la delega della decisione all’esperto solleva il risparmiatore dal doversi impegnare nella decisione, dal commitment di cui sopra. Ne limita, fortemente, il coinvolgimento psicologico ed emotivo, per cui il risparmiatore si pone nella posizione di poter accusare qualcun altro se le cose dovessero andare male.

***

Da questi tre semplici esempi si possono trarre due spunti di riflessione. Il primo è che non sempre l’investimento è pienamente consapevole: ci facciamo condizionare (magari in maniera del tutto inconscia), da chi ci circonda (colleghi, amici, esperti, consulenti, TV, radio, social network); il secondo è che esiste un aspetto che riguarda il benessere psicologico che caratterizza anche le decisioni di investimento.

Lancio una provocazione: e se invece di ottimizzare il rapporto tra rischio e rendimento (atteso) di un investimento, l’investitore puntasse a ridurre il proprio possibile stato di disagio psicologico? Lascio al lettore l’ardua sentenza.

Scritto da

Laureato in Economia degli Intermediari Finanziari presso l’università Bocconi nel 1996. Dopo una breve esperienza come junior trader è approdato nel settore bancario, dove si è occupato prevalentemente di cash management e di trade finance. Nel 2008 consegue un dottorato di ricerca presso l’università di Torino. Appassionato e incuriosito da come il cervello umano si comporta, si è dedicato allo studio della Finanza Comportamentale. È stato Assistente presso l’università Bocconi e la Libera università di Bolzano. È docente presso i master organizzati da Borsa Italiana spa. Appassionato di Formula 1, si diletta facendo lunghe passeggiate in bicicletta. Sogna di vivere in Costa Azzurra.

Ultimi commenti
  • Articolo semplice e veramente bello che fa riflettere.

    Per esempio io so che reggo tranquillamente una perdita di portafoglio complessiva del 3% rimanendo sereno.
    Oltre non impazzisco ma comincierei ad essere meno sereno. Già a -5% comincieri a perdere serenità via via progressivamente fino a -10% in cui comincierei già a stramaledire il giorno in cui ho investito.

    Se puntassi solo a ridurre il mio “stato di disagio psicologico” dovrei inserire in portafoglio solo un massimo del 6% di azionario MSCI World (presumendo che possa subire un MaxDD del 50% che risulterebbe in un -3% di perdita sull’intero portafoglio).

    Oggi con i TDS€ che rendono zero (peggio del conto deposito) un portafoglio costituito da 93% liquidità e 6% MSCI World è molto difficile che mi possa dare “stato di disagio”, ma è anche molto difficile che tra 10 anni il denaro investito in un portafoglio del genere abbia più valore di oggi a meno forse di una vera deflazione decennale.

    • Intendevo 94% liquidità/CD. 🙂

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