a
a
HomeECONOMIA E MERCATIECONOMIA, POLITICA E SOCIETA'Indignati e grandi banche, chi ha ragione?

Indignati e grandi banche, chi ha ragione?

Si fa un gran parlare di questi tempi su tutti i media della protesta dei cosiddetti “Indignati”. Etichetta generica che ricomprende dagli originari creatori del nome, gli “Indignados” spagnoli che hanno cominciato ad accamparsi davanti ai palazzi del potere spagnoli per protestare contro l”iniquità delle misure di austerità, alla versione USA degli “Occupy Wall Street” più preoccupata dello strapotere e dei mega compensi dei manager delle grandi banche, alla solita versione  “all’italiana” più confusa e strumentalizzata politicamente dalle varie parti (che sorpresa!!).

Al di là delle diverse opinioni, questo è indubitabilmente un movimento ampio e trasversale  che, seppur  ancora un po” “convulso” e disorganizzato, mostra chiaramente la presa di coscienza  da parte della gente e in particolar modo dei giovani che, nell’attuale strapotere delle banche e della finanza, c’è qualcosa che non funziona.
Ma perché i governanti Europei si preoccupano più di fare un piano che salvi le banche, piuttosto che di rafforzare il cosiddetto “fondo salva-stati”? Ma come mai, dopo tutta questa serie di crisi all’interno di queste grandi banche, esiste ancora la possibilità di realizzare frodi miliardarie, come nel caso recente di UBS? Ma come è possibile che le retribuzioni dei grandi banchieri, specie negli USA possano ancora ammontare a diverse decine di milioni di euro, quando i corsi azionari delle banche stesse vanno così male?

Sono tutte domande legittime e di grande buonsenso. Proprio ieri con i miei colleghi leggevo la seguente notizia riportata da Bloomberg: “La banca USA Goldman Sachs ha appena chiuso il secondo quadrimestre della sua storia in perdita…. Sulla base di questo ha deciso di licenziare 1.000 dipendenti  per un risparmio totale di 1,2 miliardi di dollari…”.
Ma li avete fatti i conti? 1,2 miliardi di dollari per 1.000 dipendenti  fa un costo medio per dipendente di 1,2 milioni di dollari! Ma siamo matti? Nel 2011? E questo sarebbe l’effetto del ridimensionamento post crisi del 2008? Ma perché un laureato che lavora in un call center deve guadagnare 800 euro al mese e dirsi fortunato per avere un lavoro, se esistono casi del genere?
Io nelle banche d’investimento americane ci ho lavorato per anni e, in Goldman Sachs in particolare, per quasi otto anni. Pur avendo beneficiato del loro generoso sistema retributivo, ho sempre pensato che proprio la struttura degli incentivi di queste organizzazioni avrebbe dovuto essere corretta prima di generare dei veri e propri “mostri”.

Il modo di retribuire i dipendenti produttivi in queste organizzazioni (sempre se di produzione si possa parlare quando si genera denaro dal denaro) è molto trasparente e meritocratico. Il dipendente viene remunerato secondo una percentuale, non scritta ma condivisa, di quello che produce. Se tu generi ricavi per 100 milioni puoi ragionevolmente aspettarti che 10, a fine anno, rappresentino il tuo compenso (tra stipendio e bonus). Non esiste un tetto formale a questo numero.

Per quanto non ci piaccia ammetterlo, tutti sappiamo che nella vita ci sono due grandi fattori che indirizzano le azioni umane: il denaro e gli ormoni (forse in Italia aggiungerei il calcio). Un sistema come questo, permette alle banche di investimento di attirare i migliori talenti sulla piazza, e come ho già detto, ripaga la produttività. Aggiungerei che se il sistema non è “limitato” e corretto porta ad aberrazioni. Ritengo che, pur incentivando i dipendenti  il più possibile a fare transazioni profittevoli, ci dovrebbe essere un approfondito controllo di qualità e appropriatezza  su quello che vende ai propri clienti (vedi subprime o molti prodotti finanziari strutturati assai poco trasparenti).

Ancora più eclatante è il cosiddetto caso dei “prop traders”, quei signori che investono il capitale della banca sui mercati finanziari per realizzare per la banca stessa guadagni in conto capitale. Qui si gioca con i soldi della banca stessa e se le cose vanno male si può intaccarne il capitale: se io realizzo per esempio 300 milioni posso guadagnarne 30 per me, ma se ne perdo altrettanti che succede? Me li portano via? Assolutamente no, al massimo perdo il posto di lavoro. Cosa fareste voi se, spingendo il rischio al massimo, potete guadagnare un sacco di soldi e il rischio di perdere non è simmetrico (cioè non vi possono togliere nulla, ma al peggio venite licenziati e ve ne andate in vacanza a spendere i quattrini guadagnati o potete ricominciare altrove).
In realtà bancari e banchieri non sono in media né migliori né peggiori degli altri manager e lavoratori, sono solo pagati troppo rispetto ai lavoratori degli altri settori, e non abbastanza controllati.

Le banche sono, alla fine, grandi organismi fatti di tante persone che devono essere indirizzate da incentivi appropriati e “limitati” da corrette strutture di controllo, strutture impostate dall’alto.
È sorprendente che, dopo le varie crisi avvenute a partire dal 1998 (Long Term Capital e le Tigri asiatiche, lo ricordate?), fino a quella più drammatica innescata dalla bolla dei subprime negli USA nel 2008, i regolatori come i governi e le autorità monetarie e finanziarie abbiano fatto poco o nulla per regolamentare e indirizzare un sistema che ha ormai raggiunto una dimensione difficile da gestire.

Purtroppo, con un tocco di realismo un po’ amaro, devo dire che la ragione per cui un salumificio può essere lasciato fallire e una banca no è che le banche rappresentano nel moderno sistema capitalistico la “linfa” del sistema, il loro mestiere è prestare denaro ad aziende e privati, agli attori dell’economia e, nel caso di un fallimento bancario, gli effetti sarebbero a catena su tutti.
Se mi consentite un paragone medico la differenza tra il fallimento di un’azienda e quello di una banca è simile alla differenza che passa tra un braccio rotto e un infarto.

Non posso definirmi un’“indignata”, ma penso che sia davvero l’ora di cambiare e che senza remore di sorta  i regolatori debbano intervenire.
I giovani hanno ragione, in assenza di risposte e cambiamenti concreti, a non voler pagare i conti delle grandi banche che questa crisi un po” l”hanno innescata.

Scritto da

È uno dei partner fondatori e Presidente di Advise Only. Laureata in Economia Politica presso l'Università Bocconi, è stata responsabile dell'area commerciale dell'asset management del gruppo Banca Leonardo, occupandosi della ristrutturazione dell'offerta dei prodotti di risparmio gestito. In precedenza ha accumulato significative esperienze dapprima presso l'area Fixed Income Sales & Trading di JP Morgan e poi come Managing Director in Goldman Sachs, area Structured Fixed Income, occupandosi di clientela istituzionale italiana. Ama lo sport (corsa e sci di fondo), i buoni libri e l'opera lirica.

Ultimo commento
  • A me sinceramente mi fa una gran pena a parte che per l’italia(mi piange veramente il cuore a vedere un paese meraviglioso trattato così) ancthe per l’europa che non riesce ancora ad autodefinirsi una vera unione di stati.

    Riguardo alle banche sì, sono il simbolo e il motore di un sistema cannibale come il capitalismo ma il vero punto, a mio parere, è che non si è ancora arrivati ad un ulteriore passo rispetto alla consapevolezza dei poteri e dei diritti che ha ogni singolo cittadino.

    Ormai si sente in giro dire,-ma sì non me ne importa niente- oppure -che se la gestiscano loro-.

    E’ veramente triste e in un certo senso mi fa rabbia vivere in un mondo dove non si è disposti a lottare in prima persona per le proprie vite e ci si limita a delegare ad altri le azioni e le colpe per il proprio stato. Io ho 21 anni e confido nella mia generazione e nelle generazioni future per dare una svolta sana e degna per la nostra società.

lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.