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#IlGraffio: se gli azionisti delle banche popolari sono un parco buoi

Le banche popolari sono recentemente balzate agli onori delle cronache quando Renzi ha proposto di riformarle. Meno noto è l’oscuro sistema di negoziazione delle azioni di questo istituti di credito.

La compravendita di azioni delle banche popolari non quotate

Alcune banche popolari sono quotate, molte no. Le azioni delle banche popolari non quotate sono possedute da singoli investitori privati (azionariato diffuso) e possono essere negoziate su sistemi di negoziazione “interni” alle singole banche, che operano in un “regime di internalizzazione non sistematica”.

Le proposte di acquisto e vendita sono eseguite in funzione delle quantità di vendita e acquisto disponibili in ciascuna sessione, normalmente previste 2 volte al mese. Laddove le proposte di vendita non trovassero una controparte fra le proposte di acquisto da parte del cliente-socio, la banca può acquistare in proprio le azioni messe in vendita usando il fondo acquisto azioni proprie. Questo fondo può essere costituito da ciascuna banca popolare, nei limiti consentiti dalla normativa (riserve costituite da utili realizzati e non distribuiti) e con modalità stabilite dai rispettivi regolamenti aziendali. In ogni caso, non vi è alcun obbligo all’acquisto e quindi alla esecuzione dell’ordine.

Un’ulteriore particolarità delle azioni delle banche popolari è che le proposte di compravendita possono essere inserite solo con prezzo pari a quello stabilito annualmente dall’assemblea annuale dei soci e, questo prezzo, fa riferimento al valore contabile delle azioni basato sulla consistenza del patrimonio netto della banca (capitale e riserve).

Norme simili sono in essere anche per altre banche non quotate, come nel caso di alcune casse di risparmio.

Riepilogando:

  • le azioni hanno una limitata liquidità: possono essere vendute/acquistate 2 volte al mese (in generale); si parla quindi di “titoli illiquidi”, ma troppo spesso gli investitori non sono stati informati che l’illiquidità di un titolo ha un costo elevato (impossibilità di vendere quando si vuole, prezzo fissato al di fuori di regole di mercato, limitata presenza di una controparte in acquisto);
  • se non c’è una controparte, le azioni possono essere acquistate (o vendute) dalla banca stessa, a valere sulla disponibilità nel rispettivo fondo acquisto azioni proprie;
  • il prezzo di acquisto/vendita vale per un intero anno, e si basa sul valore contabile di patrimonio netto.

Questo sistema di negoziazione è evidentemente disallineato dall’operatività del mercao dei capitali.

Banche popolari contro mercato dei capitali

Il rischio per l’investitore che sceglie azioni delle banche popolari non è sul valore dell’incontro fra domanda e offerta (tipico del mercato dei capitali, anche se imperfetto), ma su un valore contabile che è determinato esclusivamente sui valori patrimoniali, sulla base dell’ultimo bilancio approvato e su proposta del CdA della banca, le cui azioni sono negoziate. Forse ci si trova dinanzi ad un qualche piccolo conflitto di interessi, come nel caso di Veneto Banca.

Tutto è andato bene sino a poco tempo fa, per esser precisi sino alla introduzione delle normative europee sulle regole di bilancio applicabili alle banche europee (inclusa la definizione e classificazione dei crediti deteriorati e in sofferenza, con conseguente adeguamento dei fondi e del patrimonio delle banche).

Nei scorsi giorni, in occasione delle assemblee di alcune banche popolari, 2 hanno ufficializzato la riduzione del valore contabile delle rispettive azioni del 20-25%, in conseguenza degli accantonamenti per svalutazione dei crediti in sofferenza e dubbi e in alcuni casi dell’avviamento.

Il mercato dei capitali è cosa diversa, forse le sue regole sono dure. Ma il mercato delle azioni trattate su sistemi di negoziazione interni è ancora meno certo del foro boario dove si vendevano e compravano i bovini: non sarà per questo che i “poveri” azionisti privati sono definiti “parco buoi”?

Scritto da

Classe 1955, laurea in Giurisprudenza all’Università di Torino, master in direzione aziendale alla SDA Bocconi, corsi di perfezionamento alla Harvard Business School. Trentennale esperienza professionale nella finanza bancaria (Citigroup, JPMorgan, Merrill Lynch), finanza di impresa (Finanza Straordinaria Fiat holding, CFO Saiag Comital), consulenza strategica (partner Gea); ha costituito Griffa & Associati, che si occupa di operazioni societarie: fusioni, acquisizioni, M&A, ristrutturazioni industriali e finanziarie. Appassionato di montagna e di mare, lettore di saggi di storia ed economia, dilettante ai fornelli con grande soddisfazione dei figli (azionisti di maggioranza) ed amici. Chief editor del think tank ItaliAperta, collabora a Smartweek.it con la sua “una tazzina di caffè…”: gusto forte e concentrato, ogni mattina.

Ultimi commenti
  • Non dimentichiamo che le banche popolari (io considero solo quelle quotate) hanno però spesso un forte legame con il territorio.
    Molti degli azionisti (la maggior parte piccoli) provengono dal territorio dove la banca opera ed al quale eroga crediti e non solo.
    Alcuni territori sarebbero ancora sottosviluppati se non avessero avuto le banche popolari. Insomma sono parte della crescita economica dell’Italia del XX secolo.
    Un eventuale cambio di governance in una tale situazione romperebbe molto probabilmente questo storico legame.
    Alcune di queste banche si sono comportate in modo etico reinvestendo nel territorio piuttosto che nel puro profitto.
    Come si potrà difendere questo?

    Concordo su quanto detto per le non quotate.

    • Come cambierebbe la governance o l’interesse per il territorio se si cambiasse il sistema di voto? Se gli azionisti i trovano bene perchè la loro banca difende il territorio, non ci sarà ingerenza esterna.

      • In teoria si, ma le azioni sono anche investimenti e penso che molti azionisti potrebbero essere tentati da una eventuale OPA ad esempio.

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