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#IlGraffio: Ma che cosa fanno e come sono composti i CdA?

Si avvicina la stagione delle assemblee e del rinnovo di molti consigli di amministrazione: ma che cosa fanno, come sono composti, da chi sono eletti i CdA? E vista la crescente pressione mediatica sulle banche, i board degli istituti bancari hanno svolto bene il loro compito?

Parlano i numeri

Partiamo da una carrellata di dati (abbiamo attinto da Sodali, Assonime, Financial Times): i CdA delle società quotate europee sono composti in media da 11 membri, quelli delle società italiane da 14, come in Germania, contro i 10 delle società UK, svedesi e danesi ed i 9 di quelle svizzere. I consiglieri indipendenti (i membri che non hanno rapporti privilegiati o d’affari con gli azionisti) in Europa sono il 34% dei membri (e.g., Germania), in Italia sono il 42%, in Svizzera il 58%, in UK il 62%.  E ancora: l’età media dei CdA italiani è di 58,9 anni contro i 57,5 in UK ed un minimo di 55,3 in Norvegia; per contro l’esperienza internazionale dei consiglieri italiani è modesta (7,7%) se confrontata con la Norvegia (29,6%) e il Regno Unito (32,1%).

Chi c’è nei cda delle banche italiane?

Quanto alla composizione dei CdA delle società quotate italiane – quella che ormai si definisce “corporate governance”, in prima approssimazione l’Italia non si discosta molto dalla media europea. Ma se andiamo a vedere come sono composti i CdA delle banche, qualche differenza la troviamo (ma non si tratta di differenze sorprendenti, tenuto conto dei variegati interessi che sono rappresentati da azionisti come le fondazioni, espressione di poteri locali più o meno pervasivi): i CdA di banche e società finanziarie hanno infatti una composizione media di 14 membri, 4 in più di quelle non finanziarie (che hanno una media leggermente inferiore alle 10 unità).

Va detto che le medie sono come il famoso “mezzo pollo di Trilussa” (se una persona mangia un pollo e un’altra no, in  media i due avranno mangiato mezzo pollo a testa…): fra le banche principali, il Banco Popolare ha 24 membri, Bper 18, IntesaSanPaolo 28 (sistema duale), UBI 32 (duale).

Molti, e molto ben pagati

Secondo un studio del 2015 di Governance Consulting, il compenso medio dei consiglieri delle banche quotate (incluso il capo azienda, CEO o AD) è di 850.000 euro annui.

Sono cifre “esorbitanti”, laddove si consideri che la gestione aziendale (delle banche, come di tutte le società quotate) è affidata all’amministratore delegato/CEO ed al comitato esecutivo, che comprende solo alcuni dei consiglieri di amministrazione, e che quindi i compiti degli altri consiglieri, seppure ampi, hanno un ben minore grado di responsabilità e non coinvolgono attività di gestione, loro preclusa.

I risultati si vedono

Come noto, le banche italiane sono quelle che hanno avuto i risultati peggiori nell’assessment test del 2014, che ha portato alla richiesta di interventi sul capitale di alcune di esse (fra cui MPS e Carige). In particolare, gli stress test hanno evidenziato che i crediti deteriorati e in sofferenza degli istituti di credito nostrano erano complessivamente pari a 360 miliardi di euro, quasi il 20% dei crediti bancari dell’intero sistema italiano, e 1/5 del PIL nazionale. Una “Caporetto” epocale.

La filosofia del “Volemose bene (e spartiamoci la fetta di compensi)”

Tale situazione di sostanziale “difficoltà strutturale” è anche il risultato di una “corporate governance” che se in alcuni casi ha purtroppo favorito alcuni soggetti a discapito dei buoni “prenditori”, ha comunque generalmente privilegiato la distribuzione a pioggia di posti di prestigio a notabili di varia fatta e peso: il risultato è stato una perpetuazione nel tempo delle cariche, sganciate da una effettiva conoscenza e professionalità nel campo del credito, della valutazione dei rischi, della comprensione delle dinamiche economiche e finanziarie. “Volemose bene e dividiamo la bella fetta di compensi”, il tutto declinato in dialetti variegati dal veneto al ligure al milanese all’aretino.

 Le cose stanno cambiando?

La crescente presenza di azionisti istituzionali e internazionali (come nel caso di IntesaSanPaolo, dove gli azionisti esteri sono oggi al 65% contro il 40% di 2 anni fa) dovrebbe infrangere la “foresta incantata” dei CdA bancari, introducendo maggiori competenze professionali: ma i tempi non saranno brevi. Prepariamoci ad assistere a uno spettacolo con colpi di scena di gran effetto.

Scritto da

Classe 1955, laurea in Giurisprudenza all’Università di Torino, master in direzione aziendale alla SDA Bocconi, corsi di perfezionamento alla Harvard Business School. Trentennale esperienza professionale nella finanza bancaria (Citigroup, JPMorgan, Merrill Lynch), finanza di impresa (Finanza Straordinaria Fiat holding, CFO Saiag Comital), consulenza strategica (partner Gea); ha costituito Griffa & Associati, che si occupa di operazioni societarie: fusioni, acquisizioni, M&A, ristrutturazioni industriali e finanziarie. Appassionato di montagna e di mare, lettore di saggi di storia ed economia, dilettante ai fornelli con grande soddisfazione dei figli (azionisti di maggioranza) ed amici. Chief editor del think tank ItaliAperta, collabora a Smartweek.it con la sua “una tazzina di caffè…”: gusto forte e concentrato, ogni mattina.

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