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Donald Trump: un terremoto economico verso la Casa Bianca

Donald Trump è un miliardario statunitense, magnate dell’edilizia, nato nel 1946 a New York. Ma è anche un personaggio televisivo. E un politico. E un wrestler. E un… va beh, nulla.

Solitamente noi di AdviseOnly ci teniamo a debita distanza dalla politica, fonte inesauribile di chiacchiere di poco conto, ma in questo caso si parla di elezioni presidenziali USA e la possibilità che Donald Trump si sieda nella Stanza Ovale è quanto meno concreta. E se l’Economist Intelligence Unit lo ha messo al sesto posto nella classifica dei maggiori rischi globali del 2016 ci deve essere qualche motivo. (Giuro, è tutto vero).

La cavalcata

L’ascesa politica di Donald Trump ha dell’incredibile: dal giugno 2015, momento in cui ha annunciato ufficialmente la propria candidatura tra le fila dei repubblicani, non ha mai smesso di guadagnare consenso in qualsiasi Stato e in qualsiasi classe sociale. Le primarie si avviano ormai verso la conclusione e l’underdog Trump ha conquistato 729 delegati, contro i 463 del primo inseguitore Ted Cruz (per guadagnarsi automaticamente la nomination alla presidenza ne servono 1237) e non mostra nessun segnale di rallentamento, anzi.

La convention di luglio durante la quale si sceglierà ufficialmente il candidato dei repubblicani sarà carica di tensione. Preparatevi.

Il messaggio politico di Donald Trump è profondamente conservatore e populista (non ha inventato nulla, in Europa e in Italia ci siamo ormai abituati) con derive al limite del sessismo e del razzismo. Un candidato discutibile, volendo usare un eufemismo.

Le dichiarazioni economiche

Con questo post non vogliamo discutere dell’assurdità delle dichiarazioni del tycoon newyorkese – “Bomb the shit out of ISIS” dovrebbe essere sufficiente – ma piuttosto concentrarci sulle riforme economiche e le politiche estere che sarebbero messe in atto con una sua eventuale elezione, e il loro possibile impatto sull’economia USA e mondiale. Nonostante non abbia ancora preparato delle proposte ben strutturate, Trump si è già lanciato in dichiarazioni economiche succulente. Tenetevi forte.

Iran: Trump ha commentato duramente lo storico accordo raggiunto tra USA ed Iran sulla regolamentazione delle risorse nucleari e la conseguente rimozione delle sanzioni commerciali (valutata da alcune fonti in 100 miliardi di dollari di vantaggi bilaterali) dicendo che se lui fosse presidente lo annullerebbe. Anzi, aumenterebbe le sanzioni, bloccando de-facto ogni rapporto commerciale tra gli USA e quello che in molti considerano un possibile punto di riferimento politico ed economico del Medio Oriente.

Tasse: probabilmente la proposta più articolata formulata da Trump fino ad ora riguarda il taglio delle tasse. La Tax Foundation (l’istituto indipendente leader negli Stati Uniti per la ricerca e l’analisi tributaria) ha calcolato che nell’arco di 10 anni tra sgravi, esenzioni e flat tax l’impatto negativo della manovra (-10140 miliardi di dollari di introiti) sarebbe comunque superiore ai benefici (+5,3 milioni di posti di lavoro e +11% di PIL). Un aumento così marcato del deficit renderebbe difficile per gli USA emettere obbligazioni ai tassi attuali, aggiungendo ulteriori elementi di incertezza allo scenario economico.

Immigrazione: seguendo alla lettera il manuale del buon populista, Trump ha puntato il dito contro gli immigrati e in particolare contro messicani e islamici. La sua proposta shock riguarda la costruzione di un muro, di cemento, dalla costa atlantica a quella pacifica per separare gli USA dal Messico e bloccare definitivamente il transito illegale di immigrati. All’interno degli Stati Uniti vivono circa 50,4 milioni di individui di origine ispanica, 11 milioni di immigrati clandestini e quasi 2 milioni di musulmani, per un totale di 65 milioni di individui che Trump ha messo nel proprio mirino.
Immaginando che Trump voglia colpire, almeno inizialmente, solo gli immigrati clandestini, la forza lavoro USA si ridurrebbe di 11 milioni di unità il che, sommato ai costi di implementazione delle leggi sull’immigrazione (tra 400 e 600 miliardi di dollari) e a quelli di realizzazione del muro, porterebbe ad una perdita di 1600 miliardi di dollari di PIL (Dati dell’American Action Forum). Senza considerare gli eventuali impatti su quei settori produttivi che tipicamente si basano sulla forza lavoro e sulla capacità di spesa degli immigrati, come l’agricoltura, la tessitoria e la GDO. A voi le considerazioni.

Wall Street: in qualità di uomo d’affari miliardario, Trump ha più volte incrociato la propria strada con l’establishment di Wall Street per ovvie necessità, ma questo non implica necessariamente che tra loro scorra buon sangue. Il mondo finanziario statunitense è tipicamente mosso da opportunismo piuttosto che da passione politica; sono molti i CEO newyorkesi che vedono in Trump un elemento di forte instabilità, l’esatto opposto di ciò di cui hanno bisogno. Anche il CEO di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, si è recentemente sbilanciato: “L’idea di vedere Trump col dito sul bottone mi fa esplodere la testa”, non proprio una dichiarazione d’amore. I pochi rappresentanti di Manhattan che sostengono Trump hanno già ricevuto importanti promesse, come Carl Icahn, al quale è stato riservato il posto di Segretario del Tesoro in caso di elezione.

Silicon Valley: stessa musica nell’epicentro dell’innovazione tecnologica. Alcune indiscrezioni parlano di una riunione incentrata su Donald Trump dai toni tutt’altro che amichevoli durante l’American Enterprise Institute World Forum, al quale hanno partecipato Tim Cook (CEO di Apple), Larry Page (co-fondatore di Google) e Elon Musk (CEO di Tesla e Space X), solo per nominarne alcuni. Insomma, l’industria americana ha assoluta necessità poter fare affidamento sulla stabilità degli equilibri economici mondiali e soprattutto di mantenere buoni rapporti diplomatici con i partner commerciali esteri. I top player della Silicon Valley sembrano dirci che Trump non è in grado di offrire nessuna garanzia a riguardo.

Trump è davvero un problema?

Tornando a noi, la possibile elezione di Donald Trump è sicuramente un elemento di instabilità e fonte di preoccupazione in ambito economico. Se possiamo guardare al nord coreano Kim Jong Un con una certa leggerezza e il sorriso sulle labbra, non possiamo fare lo stesso con gli Stati Uniti, che rimangono comunque il motore dell’economia mondiale. Per il momento Trump non ha formulato una vera e propria proposta economica e le nostre considerazioni si basano esclusivamente sulle dichiarazioni fatte durante i comizi delle primarie, che lasciano dunque il tempo che trovano.
Siamo molto, molto curiosi di sentire dal tycoon cotonato le future proposte e commentarle insieme a voi. Stay tuned!


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Scritto da

Nato e cresciuto con la guida del team di comunicazione di AdviseOnly a partire dal 2012, ha successivamente collaborato con diverse startup operanti in settori diversi tra loro: dalla musica al turismo, sempre occupandosi di comunicazione web e gestione della brand image sui social network. Dopo la laurea in lingue ed economia all’università Cattolica di Milano ha fondato e lanciato la propria startup, per poi tornare nuovamente in AdviseOnly alla guida della comunicazione e del marketing.

Ultimi commenti
  • Ogni volta che qualcuno osa dire qualcosa contro l’immigrazione selvaggia, viene tacciato di “populismo”. A me, come credo a tanti americani, sembra che Trump abbia solo detto una cosa giusta: “A nation WITHOUT BORDERS is not a nation at all.”

  • Trump ha anche detto che sarebbe ora di smetterla di fare delle guerre in paesi lontani e di finirla pure con la NATO. Se vi sembra una banalita’, provate a vedere che effetto avrebbe sull’ecomomia USA ed internazionale la prima potenza al mondo che esce da tutti gli scenari di guerra? E che effetto avrebbe se gli USA ripristinassero i rapporti commerciali con la Russia di Putin, cosa che Trump ha auspicato piu volte? Solo in Italia ne guadagneremmo 300 milioni di euro all’anno. E forse e’ anche per questo che piace tanto agli americani (ora sembra sia al 40% secondo gli ultimi sondaggi Reuters): finalmente qualcuno che attui una politica estera positiva anche per gli americani.

    Suvvia, quando fate delle analisi provate a non fermarvi a quanto raccontato da TV e giornali, spingetevi oltre.

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