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Cosa sono gli ELTIF, i “PIR europei” pronti al decollo

I gemelli europei dei nostri PIR saranno a breve disponibili.

Possono investire sia nel capitale di rischio sia in quello di debito delle aziende e sono commercializzabili anche tra gli investitori retail; nascono per far confluire investimenti a lungo termine alle piccole e medie imprese; il loro focus è su quelle attività che, per essere sviluppate con successo, richiedono agli investitori un impegno duraturo.

Vi suona familiare? Sì? Poco ma sicuro, state pensando ai PIR1. Non ci siete andati troppo lontano: infatti stiamo per parlarvi degli ELTIF, gli European Long-Term Investment Funds, in altre parole i fondi di investimento europei a lungo termine.

 

All’origine dei “PIR europei”

Gli ELTIF, non a caso, sono stati ribattezzati “PIR europei”, perché con i nostri Piani Individuali di Risparmio condividono la funzione di fonte di finanziamento a lungo termine per quelle imprese che:

  • non hanno accesso alla grande piazza azionaria e obbligazionaria;
  • vogliono trovare un’alternativa al canale bancario.

Tutto è iniziato il 19 maggio 2015, quando sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea è apparso il regolamento UE numero 760 del 29 aprile 2015, che ha segnato la nascita di una nuova categoria di fondi: per l’appunto, i fondi europei di investimento a lungo termine, o ELTIF.

Il 28 febbraio 2018, in Italia, è entrato in vigore il decreto legislativo 233/2017, che ha adeguato la normativa nazionale alle disposizioni del regolamento UE 2015/760. E arriviamo così al 2019, anno che, come ha sottolineato la Banca d’Italia nel secondo Rapporto sulla stabilità finanziaria del 2018, dovrebbe segnare l’avvio dei primi ELTIF.

 

 

Come funzionano (e come tutelano l’investitore)

Nelle intenzioni del regolatore, gli ELTIF dovrebbero essere in grado di:

  • offrire agli investitori europei rendimenti stabili a lungo termine;
  • porsi come fonte di finanziamento a lungo termine per l’economia europea, in particolare per le piccole e medie imprese e per le infrastrutture;
  • incrementare le fonti di finanziamento non bancarie a disposizione delle aziende.

Il tutto garantendo la protezione degli investitori, in particolare quelli retail. Proprio per questo, il regolamento europeo sugli ELTIF pone alcuni paletti. In particolare:

  • gli investitori retail, il cui portafoglio – composto di depositi in contanti e strumenti finanziari, esclusi gli strumenti finanziari forniti a titolo di garanzia – non superi i 500 mila euro, dovrebbero investire negli ELTIF, dopo apposito test di idoneità e adeguata consulenza in materia di investimenti, un importo aggregato non superiore al 10% del loro portafoglio, fermo restando che l’importo iniziale investito in uno o più ELTIF non sia meno di 10 mila euro;
  • per incoraggiare gli investitori – in particolare i retail – che potrebbero non essere intenzionati a impegnare il loro capitale per un lungo periodo di tempo, un ELTIF dovrebbe poter offrire loro, ad alcune condizioni, diritti di rimborso anticipato;
  • è importante prevedere requisiti di trasparenza corretti che consentano ai potenziali investitori di formarsi un’opinione ponderata e di essere pienamente consapevoli dei rischi insiti nell’investimento;
  • il gestore dell’ELTIF o il distributore dovrebbe ottenere tutte le informazioni necessarie in merito alle conoscenze e all’esperienza, alla situazione finanziaria, alla propensione al rischio, agli obiettivi di investimento e all’orizzonte temporale dell’investitore retail, in modo da valutare se l’ELTIF sia adatto a lui/lei, tenendo conto, fra l’altro, del ciclo di vita e della strategia di investimento dell’ELTIF;
  • l’ELTIF, a sua volta, potrà investire in strumenti emessi da una singola impresa non più del 10% del suo capitale, per limitare le concentrazioni.

 

La regola del 70-30 e i limiti alle operazioni

Per dare seguito allo scopo per il quale è stato creato, proprio come il PIR l’ELTIF dovrà destinare almeno il 70% del suo capitale a investimenti a lungo termine in attività che generino flussi di cassa prevedibili, nell’ambito delle “attività d’investimento ammissibili”. Categoria, questa nella quale dovrebbero rientrare “le attività reali di valore superiore a 10 milioni di euro che generano un beneficio economico e sociale” (infrastrutture, edilizia abitativa, eco-innovazione, soluzioni innovative per il clima, etc.).

Il restante 30% del capitale del fondo potrà andare ad attività diverse, nell’ottica di concedere ai gestori un certo grado di flessibilità. Ma sono previsti anche limiti alle operazioni. Un ELTIF, infatti, non potrà svolgere nessuna di queste attività:

  • vendita allo scoperto di attività;
  • assunzione di esposizioni dirette o indirette verso commodities, anche mediante strumenti finanziari derivati, certificati che li rappresentino, indici basati su di essi o qualsiasi altro mezzo o strumento che possa generare un’esposizione verso di essi;
  • concessione di titoli in prestito, assunzione di titoli in prestito, operazioni di vendita con patto di riacquisto o qualsiasi altro accordo che abbia un effetto economico equivalente e presenti rischi simili, se ciò incide su oltre il 10% delle attività dell’ELTIF;
  • uso di strumenti finanziari derivati, salvo i casi in cui l’uso di tali strumenti serva unicamente allo scopo di copertura dei rischi inerenti ad altri investimenti dell’ELTIF.

 

Quanto conviene investire (e perché)?

Quindi, ricapitolando: gli ELTIF si pongono come canale di finanziamento per le imprese alternativo ai listini azionari, alle emissioni obbligazionarie e al sistema bancario, ponendo comunque vincoli a tutela dei piccoli e medi risparmiatori, per evitare che si riempiano di investimenti oggettivamente meno liquidi e più rischiosi. Ma qui, a differenza dei PIR, non sono previste agevolazioni fiscali per gli investitori.

A questo punto, è lecito domandarsi: perché un investitore retail dovrebbe inserire nel suo portafoglio un ELTIF, stante la maggiore rischiosità e illiquidità e l’impegno richiesto in un’ottica più di lungo termine? Forse per diversificare ulteriormente i rischi di portafoglio? Vediamo di abbozzare una risposta analizzando, con un grafico, quanto un portafoglio azionario internazionale (per esempio, 100% MSCI World) muta se si aggiunge un 10% di MSCI Euro Small Cap (togliendo il 10% all’MSCI World), che in qualche misura può approssimare gli ELTIF.

 

PIR Europei | amCharts

 

Dati dell’ultimo decennio alla mano, benefici in termini di maggiore diversificazione se ne vedono pochi. Per quanto la performance del portafoglio risulti migliore, a farne le spese è la sua rischiosità, che aumenta leggermente con l’apporto del segmento small cap. Di conseguenza l’aumento dello Sharpe ratio del portafoglio, rispetto a quello del solo indice mondiale, c’è, ma non è statisticamente significativo: al momento non c’è evidenza di una maggiore capacità diversificante da parte degli ELTIF all’interno di un portafoglio azionario, almeno in tempi recenti.

Possiamo quindi dire di essere di fronte a una nuova asset class, una nuova possibilità d’investimento per il mercato europeo, di cui sarà interessante valutare gli aspetti più prettamente economico-finanziari (ratio di bilancio e patrimoniali, fattore momentum, eccetera) una volta che saranno disponibili ulteriori dati e strumenti.

 



1 – Quanto si risparmia con i PIR?

Scritto da

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