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Spotify, go big or go home

Spotify si quota in borsa conviene investire azioni

Con 71 milioni di iscritti è difficile ricordare il mondo senza Spotify. Eppure c’è stato.
Abbiamo comprato i CD, siamo stati ladri con Napster ed Emule e ci siamo redenti con iTunes e le tracce a 2 euro e qualcosa. E infine è arrivato Spotify.

Oggi Spotify è sinonimo di musica, punto, non servono altre presentazioni. Nato nel 2008 in Svezia dalla mente geniale di Daniel Ek (e Martin Lorentzon), oggi è il servizio di musica in streaming più utilizzato al mondo con 35 milioni di canzoni disponibili in tempo reale, ovunque, sempre. Such a big thing.
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La IPO di Spotify

Un po’ come un padre che accompagna la figlia all’altare, Ek ha deciso di portare la sua invenzione in Borsa. E ha scelto un percorso non convenzionale, spinto da motivazioni molto convenzionali.

Quella di Spotify è stata infatti una “quotazione diretta”, ossia una quotazione che non prevede l’emissione di nuove azioni né il coinvolgimento del solito pool di banche d’investimento incaricate di fare il cosiddetto pre-market. Perché si è scelta questa strada?

Alla base della decisione non c’è una vera e propria ricerca di nuova cassa quanto più la volontà di offrire agli attuali azionisti di vendere le proprie azioni al pubblico. Da un lato, quindi, Spotify risparmierà una montagna di soldi (per dare un senso della questione, la recente quotazione è costata a Snapchat qualcosa come 85 milioni di dollari, ed è stata una delle meno costose della storia); dall’altro evita ad Ek di di imporre ai propri azionisti la diluizione o il divieto di vendita delle azioni.


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Win-Win situation?

Non proprio. La quotazione diretta può risparmiare alla società diversi grattacapi dal punto di vista legale e monetario, tuttavia espone le azioni al giudizio diretto del mercato. I primi giorni di quotazione saranno mooolto volatili.

Nel file che Spotify ha depositato alla SEC (Securities and Exchange Commission, equivalente della nostra CONSOB) ha espressamente dichiarato che la quotazione diretta non ha “le stesse garanzie offerte da una IPO sottoscritta, il che può portare il prezzo pubblico delle nostre azioni ordinarie ad essere volatile e a scendere significativamente durante il processo di quotazione”.

Le prime ore di contrattazioni sembrano andare proprio in questa direzione.

Il bilancio di Spotify

OK, è tempo di guardare i numeri nella loro crudezza: è una buona idea acquistare le azioni di Spotify?

Nel 2017 i ricavi sono aumentati del 49% e l’utile lordo è più che raddoppiato. Però bisogna dire che la perdita operativa è aumentata dell’8%, colpa di un aumento del 64% dei costi operativi. Insomma, la materia prima di Spotify (i diritti pagati a etichette e artisti) costa cara e non c’è via d’uscita, almeno per il momento.

Il business model

Spotify ha due sole fonti di fatturato: da un lato la pubblicità, servita agli utenti non-paganti, che ha contribuito nel 2017 con poco meno di mezzo miliardo di dollari; dall’altro lato gli abbonamenti annuali pagati dagli utenti di Spotify Premium, che nel 2017 ha generato 3,67 miliardi di dollari di ricavi.

La recente introduzione dei cosiddetti account family, ossia abbonamenti premium condivisi con amici e familiari, ha contribuito ad aumentare il numero di utenti paganti ma ne ha ridotto il ricavo unitario.

Stando così le cose, Spotify può solo puntare ad aumentare il numero di utenti e a ridurre (con qualche magia) il costo dei ricavi. Basterà per sopravvivere? Il tempo ci darà tutte le risposte.

Gli azionisti di Spotify

Fino ad oggi Spotify ha distribuito le proprie azioni in forma privata, con round di finanziamento, partnership industriali e venture capital.

I due soci fondatori detengono quasi il 40% della società, ma gli investimenti di Tencent e soprattutto di Sony Music potrebbero portare a rapide evoluzioni del modello di business.

Investire in Spotify?

Dati alla mano mi sento di fare un paio di considerazioni: da un punto di vista puramente economico-aziendale un investimento in Spotify sarebbe un azzardo: il bilancio è traballante e ci sono molti dubbi sul modello di business, qualsiasi valutazione quantitativa sconsiglierebbe di investirci dei soldi.

Da un punto di vista qualitativo, invece, bisogna dire che difficilmente il mondo potrà fare a meno della musica. Spotify ad oggi è il primo player mondiale nella riproduzione di musica in streaming ed è piuttosto improbabile che le etichette e le case discografiche comincino a fare la guerra a quella che sta diventando la loro principale fonte di ricavi. È un discorso simile a quello che si faceva durante la quotazione di Facebook, e con il senno di poi…

Insomma, possiamo facilmente immaginare un posto di rilievo per Spotify nel mondo delle big-tech, probabilmente è solo questione di tempo prima che succeda.


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Nato e cresciuto con la guida del team di comunicazione di AdviseOnly a partire dal 2012, ha successivamente collaborato con diverse startup operanti in settori diversi tra loro: dalla musica al turismo, sempre occupandosi di comunicazione web e gestione della brand image sui social network. Dopo la laurea in lingue ed economia all’università Cattolica di Milano ha fondato e lanciato la propria startup, per poi tornare nuovamente in AdviseOnly alla guida della comunicazione e del marketing.

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